Le Libertarie Pisane 2018

Le Libertarie

La convention

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La settimana prossima mi recherò a Roma per incontrare vari parlamentari di centrodestra e proporre loro le libertarie. Ora è il centrodestra, con tutti i suoi problemi, il settore politico più interessante e potenzialmente aperto ad accogliere il progetto di YouCaucus, che riepilogo qui sotto.

Le Libertarie

Il partito è governato interamente ed unicamente dagli elettori. Gli elettori, e soltanto gli elettori, hanno la prima parola, l’ultima parola e tutte le parole che stanno tra la prima e l’ultima. Le Libertarie sono lo strumento con il quale gli elettori governano il partito.

Le libertarie sono consultazioni aperte, libere e sequenziali in crescendo (cioè diluite temporalmente e territorialmente, in modo da dare a una cassiera del supermercato le stesse possibilità di vincere che avrà un qualunque persona già nota o ricca) per scegliere i candidati alle elezioni e i delegati alle convention.

La convention è lo strumento con il quale i delegati, che sono cittadini tra cittadini (e non funzionari di partito, che non esistono nei partiti governati dagli elettori, dove non è ammessa alcuna forma di apparato) stabiliscono le regole delle libertarie e della convention stessa (e indicano quelle della convention successiva).

Per il funzionamento di un partito non è necessario nient’altro. In un partito governato dagli elettori, non ci sono apparati, segretari, capi, organi dirigenti, coordinatori. In parole semplici: “non ci sono elettori più uguali degli altri“. Non ci sono candidature o ricandidature garantite. Nessun eletto potrà scrollarsi gli elettori di dosso, che gli staranno col fiato sul collo dal primo all’ultimo momento. Se l’eletto non si atterrà alla volontà popolare, gli elettori lo puniranno alle consultazioni successive.

Lo tsunami delle libertarie

Basandoci sui dati relativi alle primarie Obama-Clinton del 2008, possiamo stimare l’affluenza potenziale e la raccolta di fondi di ipotetiche libertarie realizzate in Italia per lo schieramento moderato-conservatore. I risultati del calcolo sono i seguenti:

Affluenza potenziale: 10-11 milioni di elettori

Raccolta fondi del candidato vincitore: 100 milioni di euro, in donazioni individuali di 70 Euro ciascuna (in media)

Raccolta fondi totale (candidati individuali + partito): 180 milioni di Euro

Chiaramente, la sequenzializzazione agevola la raccolta delle donazioni e stimola la partecipazione. Si ricordi che le primarie dell’Unione del 2005 (“stile 1860”), le più partecipate in Italia, portarono alle urne poco più di 4 milioni di persone, e quel risultato non fu mai più eguagliato.

Le libertarie possono provocare un vero e proprio tsunami. Come già nel 2012, quando la mia proposta di primarie sequenziali all’americana con convention riuscì a farsi strada all’interno del PdL fino a portarlo alla fibrillazione (vedi qui e qui), così oggi la proposta delle libertarie si può insinuare all’interno del centrodestra e dare voce alla voglia (che serpeggia fra molti deputati e senatori) di un sistema che faccia emergere la volontà popolare invece che anestetizzarla. Sicuramente le libertarie potranno riunire tutte le anime del centrodestra, dalla Lega di Salvini alla Forza Italia di Fitto (Berlusconi si dovrà aggregare, che gli piaccia o meno) ai tanti conservatori/repubblicani che stanno tra i nostri elettori (e tra gli astenuti), ma non hanno mai trovato rappresentanza, né modi di candidarsi ed emergere. Se tanto mi dà tanto, il momento è quello giusto.

Diffondendo le idee di YouCaucus e spiegandole alla gente, ho notato che le madri di famiglia, come i benzinai, i tabaccai e le cassiere del supermercato, capiscono le idee al volo, tanto che mi danno sempre suggerimenti intelligenti e perspicaci per migliorarle. Per contro, quando spiego le idee ai politici, noto che fanno numerose resistenze. Capiscono subito che le libertarie sono una seria minaccia alle loro cariche, visto che con questo sistema non prenderebbero neanche un voto.

Pertanto, per dare scacco matto agli apparati, occorre diffondere le idee delle Libertarie tra la gente, invece che all’interno degli apparati. In questo modo, gli apparati saranno messi in un angolo: se diranno no alle libertarie, diranno no agli elettori, e quindi si condanneranno alla morte politica. Se diranno sì alle libertarie, diranno sì alla fine dei partiti-apparato, e quindi si condanneranno alla morte politica.

Per concludere: il sistema dei partiti attuali è il sistema grazie al quale:

i primi restano sempre primi, e gli ultimi restano sempre ultimi.

Il sistema delle libertarie, al contrario, è il sistema che garantisce che:

gli ultimi hanno sempre la possibilità (concreta, effettiva, non meramente teorica) di diventare primi, e i primi sono sempre a rischio (perché avranno gli elettori col fiato sul collo) di diventare ultimi.

I lettori ricorderanno che alcuni mesi fa Alfano voleva fare primarie all’americana, con convention, per la designazione del candidato del PdL a presidente del consiglio. Poi non se ne fece nulla, perché ridiscese in campo Berlusconi. Prima dell’intervento di Berlusconi il PdL visse delle fasi molto tormentate, con aspri contrasti interni e una specie di tutti contro tutti. Alcuni lasciarono il partito, altri si candidarono alle primarie, altri ancora osteggiarono le primarie con tutte le loro forze. Insomma, il PdL stava per sbriciolarsi.

Un anno fa e poco più, come sanno i frequentatori di questo sito, fui io a proporre quel modello di primarie ad Alfano, durante una cena del PdL a Firenze. Successivamente mi adoperai per veicolare ancor meglio le idee sensibilizzando onorevoli contattati in vari modi, partecipando (in video) a una conferenza di Sedizione Liberale, e altro.

Occorre sapere che quando i politici accolgono una proposta sensata non è certamente perché ne capiscono il senso, ma perché vi intravedono un qualche vantaggio. Alfano fu colpito dalla mia proposta perché capiva che facendo primarie così diverse da quelle del PD poteva evitare il raffronto impietoso tra la partecipazione alle sue e la partecipazione alle loro. Lo stesso dicasi degli onorevoli che si sono dati da fare per sostenere la proposta: vi vedevano unicamente uno strumento come un altro per perorare la propria ricandidatura. Di queste cose sono perfettamente consapevole, e me ne son fatto una ragione, in attesa di trovare interlocutori più disinteressati, come quelli che ora intravedo nel Movimento 5 Stelle.

Ciò che voglio sottolineare è che una proposta come quella delle primarie sequenziali in crescendo con convention, lungi dal ricompattare il PdL, stava per frantumarlo in mille pezzi. In definitiva, se le mie proposte sono tanto perniciose per i partiti tradizionali, forse forse sono proprio le proposte più azzeccate per cambiare la politica italiana.

Peccato che Berlusconi abbia annusato il pericolo in extremis, sennò potevo mettere nel mio curriculum di aver distrutto il PdL!

Le primarie del PD per il candidato premier hanno offerto uno spettacolo appassionante. Ora, però, è il momento di ragionare a freddo.

Perché Matteo Renzi non è riuscito vincere contro un rappresentante del passato che non passa mai, come Bersani, il candidato dell’apparato partitico? Perché ha ricevuto meno voti di Bersani, si dirà. Va bene, ma quante possibilità aveva veramente di vincere? Molte, poche, nessuna?

Nel 2008 Barack Obama, che al momento dell’annuncio della sua candidatura (gennaio 2007) era certamente meno noto negli Usa di quanto lo fosse Renzi in Italia, riuscì, dopo sei mesi di primarie combattute senza esclusione di colpi, a sconfiggere Hillary Clinton, la candidata sostenuta dall’establishment democratico. Solo un caso? Diversi programmi elettorali? Diverso appeal sugli elettori? Le variabili in gioco sono tante, ma qui ci preme sottolineare gli aspetti che davano ad Obama l’effettiva possibilità di vincere, e quelli che l’hanno invece negata a Renzi.

Le primarie del PD sono state primarie “o la va o la spacca”. Si votava lo stesso giorno in tutto il territorio nazionale. La data e le regole sono state comunicate poche settimane prima delle primarie. Le regole sono state elaborate da “organi dirigenti” di un apparato che aveva a capo uno dei candidati in lizza (Bersani). Tutte le regole, a ben guardare, sono state studiate apposta per favorire il candidato dell’apparato (ballottaggio, primarie di coalizione, pre-registrazione, ecc.). Non poteva essere diversamente: come poteva l’apparato di cui Bersani è capo fare regole contro il suo capo? Ciò che mi ha sorpreso è il fatto che Renzi si sia prestato al gioco, si sia fatto usare, sfruttare.

Proviamo ora ad immaginare una situazione completamente diversa.

1. Supponiamo che tutti gli elettori del PD potessero candidarsi, non soltanto i cinque usciti non si sa (ma in realtà si sa) da dove, e che potessero farlo con effettive possibilità di vincere.

2. In particolare, supponiamo che le primarie del PD fossero sequenziali, come quelle che ho proposto qui: una settimana in Molise, la settimana dopo in Abruzzo, quella dopo nelle Marche, e poi in Toscana, poi in Trentino Alto-Adige… in modo da rimuovere le difficoltà oggettive che penalizzano i candidati nuovi, non famosi e non  ricchi.

3. Supponiamo poi che le primarie del PD fossero aperte: nessuna pre-registrazione, nessuna dichiarazione di adesione ai valori del PD da firmare al seggio, nessuna somma da pagare per poter votare… in modo da attrarre più elettori possibile.

4. Supponiamo infine che le primarie del PD fossero regolamentate dagli elettori, invece che dagli apparati partitici (gli “organi dirigenti del PD), e con regole stabilite non poche settimane prima di tenere le primarie, ma anni fa, poco prima delle ultime elezioni politiche.

Cosa otteniamo? Otteniamo delle primarie americane… Come quelle del 2008 tra Obama e Clinton.

Secondo i miei calcoli, basati sull’affluenza alle primarie democratiche americane del 2008 tra Obama e Clinton, in Italia un centrosinistra (o un centrodestra) che tenesse primarie del tipo che ho appena descritto, per la scelta del suo candidato premier, potrebbe portare alle urne 10-12 milioni di persone. Sì, avete capito bene: non 3, ma 10-12 milioni di persone.

Ora, con le sue regole e modalità, senza sequenzializzazione, con pre-registrazione, facendo pagare il voto, chiedendo la sottoscrizione di una dichiarazione di adesione, convocando le primarie all’ultimo momento e stabilendo le regole poco prima nel chiuso dei suoi apparati, il PD ha portato alle urne intorno a 3 milioni di persone. Un risultato che soltanto l’ignoranza in materia può celebrare come un successo.

Perché ha vinto Bersani? Perché non ha vinto Renzi? Perché non ha vinto una cassiera del supermercato? Occorrerebbe chiederlo ai 7-9 milioni di elettori che avrebbero votato ma in realtà non hanno votato… Quegli elettori erano sufficienti a determinare qualunque risultato. Con primarie sequenziali, cioè con un’opportuna diluizione territoriale invece del sistema “o la va o la spacca”, vi lascio solo immaginare cosa avrebbe potuto succedere e non è successo: avrebbe potuto davvero emergere la volontà degli elettori, invece di quella dell’apparato.

Lo “spettacolo” offerto dal PD ha appassionato tante persone come le appassiona la finale di un torneo calcistico. Tre milioni di persone, invece che 10-12, sono quelle motivate dal tifo.

Non si tratta di democrazia: si tratta di tifo. 

Come puoi distinguere la democrazia dal tifo?

Se ti puoi candidare con effettive possibilità di vincere è democrazia, se puoi soltanto decidere da che parte stare è tifo.

Certo, come ho già spiegato qui, se andiamo avanti di questo passo impieghiamo due secoli ad arrivare (tanto quanto ci hanno impiegato gli Usa). Più razionale sarebbe importare il meccanismo americano 2012, il più efficiente ed avanzato che esista sul pianeta, e progredire a partire da quello.

Questo è l’obiettivo per cui si batte youcaucus.com 

Questo sito si batte per realizzare in Italia i partiti governati dagli elettori. Non partiti in cui gli elettori partecipano, ma partiti in cui gli elettori governano.

… sono andato alla cena di Natale del PdL, a Firenze, per consegnare ad Alfano la mia proposta di primarie e convention all’americana (eccola qui). Si trattava del sunto di una battaglia che porto avanti dal lontano 2005. Ad Alfano, che per la verità era molto attento ed interessato, ho spiegato che le primarie non vanno fatte come le fa il PD, cioè votando in tutto il territorio nazionale nello stesso giorno, perché così solo i soliti noti hanno vere possibilità di vincere. Gli ho detto che, invece, le primarie vanno fatte all’americana, regione per regione, diluendole nel tempo il più possibile, perché soltanto così possono emergere candidati forti anche relativamente dal nulla (vedi Obama). Inoltre, così facendo si aumenta notevolmente il consenso per il partito.

Quando in aprile Alfano ha annunciato la “novità sconvolgente” che avrebbe cambiato per sempre la politica italiana mi sono illuso che fosse l’accoglimento della mia proposta (vedi qui). Poi qualcuno mi ha dato un pizzicotto e mi sono risvegliato (vedi qui)…

Alla fine qualche tipo di primarie all’americana il PdL voleva pur farle, con tanto di convention, segno che il mio messaggio era arrivato, in qualche modo. Certo non immaginavo di aver terremotato il partito fino a questo punto. In fondo, però, il PdL se l’è cercata, e merita di trovarsi nella situazione attuale…

Il 22 settembre scorso, a Parma, ho fatto la stessa proposta a Grillo (vedi qui), e Beppe ha mostrato di cogliere il messaggio (vedi qui). [mm-hide-text] Purtroppo recentemente il Movimento 5 Stelle è andato in tutt’altra direzione (vedi qui e anche qui)… [/mm-hide-text]

In effetti, è possibile fare progressi nella direzione della democrazia solo se la richiesta proviene dal basso, non sperando di convincere quelli che appartengono alle varie caste di privilegiati. Tuttavia, sembra che gli Italiani, abituati da decenni ad essere spremuti, sfruttati, trattati come sudditi, e sballottati di qua e di là, si accontentino veramente di poco…

Il PdL ha messo in rete le regole preliminari delle sue primarie. Si parla di sequenzializzazione regionale e 10000 firme da raccogliere in 13 giorni. Si voterà in quattro turni, per macroregioni. Per votare bisogna pagare 2 Euro e sottoscrivere un’adesione alla carta dei valori del PdL.

Possiamo emettere un primo giudizio.

La richiesta di firmare un’adesione ai valori del PdL per votare qualifica le primarie del PdL come primarie chiuse. Infatti, negli USA le primarie aperte sono quelle in cui chiunque può votare, compresi gli elettori del partito avversario.

Far pagare per partecipare è tassativamente proibito in tutti gli stati degli Usa, ed è sufficiente a qualificare le primarie del PdL come primarie italiane, non primarie americane. Infatti, la somma pagata è equiparabile ad una mini-iscrizione. Si tratta a tutti gli effetti di un’iscrizione ricaricabile invece che in abbonamento, di un pay-per-vote, come succede anche presso il PD. Le primarie del PdL sono dunque consultazioni tra iscritti. Tali consultazioni non esistono negli Usa perché i partiti americani non hanno iscritti.

La richiesta di presentare 10000 firme in 13 giorni non si sposa colla sequenzializzazione e penalizza la partecipazione. In Usa non esistono richieste per candidarsi alle “primarie statunitensi”, esistono solo richieste per candidarsi ai caucus dell’Iowa (nessuna firma, nessun pagamento), alle primarie del New Hampshire (nessuna firma, pagamento di 1000 dollari), alle primarie della Carolina del Sud, alle primarie della Florida, alle primarie del Michigan, ecc. Un candidato può anche partecipare solo ai caucus dell’Iowa, vedere come va e poi decidere se andare avanti, o scendere in campo a competizione inoltrata, partecipare solo alle primarie della California, e così via.

L’organizzazione delle primarie in 4 gruppi di regioni che votano in date distinte qualifica le primarie come primarie regionali, non primarie sequenziali. E’ una delle opzioni considerate in passato negli Usa, sempre scartata. Sarebbe come se negli Usa ci fosse una serie di supermartedì. Chiaramente, una successione del genere non soddisfa il criterio della cassiera. Invece, occorre cominciare da una regione unica, preferibilmente piccola (come ad esempio il Molise, l’Iowa italiano), poi un’altra regione, piccola o media (come l’Abruzzo, il New Hampshire italiano), e così via per almeno 5 turni. Soltanto nella parte centrale della sequenza può esserci una concentrazione di primarie nello stesso giorno. Si veda la proposta che ho consegnato ad Alfano lo scorso 13 dicembre, che non prevede concentrazioni di primarie a nessuno stadio.

Nelle regole delle primarie del PdL non si parla in nessun caso di dare agli elettori la possibilità di votare candidati non-ufficiali. Negli Usa le schede elettorali delle primarie riportano quasi sempre una riga bianca, detta write-in (scrivi dentro), dove l’elettore può scrivere di suo pugno il nome del candidato che preferisce. Questa possibilità garantisce che le primarie non siano ristrette di fatto ai soliti noti.

Nelle regole emanate si parla anche vagamente di convention, ma non si sa ancora quali saranno i poteri dei delegati, né come saranno scelti. Negli Usa sono in grande maggioranza semplici elettori, eletti con le stesse primarie, e grazie alla convention governano il partito. Tra le altre cose, supervisionano l’applicazione delle regole delle primarie, dirimono le controversie in materia, approvano le regole delle primarie successive e della stessa convention, scrivono e approvano il programma elettorale degli elettori. Negli Usa la convention è l’autorità massima del partito: non esistono apparati, non esistono segretari, non esistono capi, non esistono organi dirigenti.

Dubito che sarà così nel caso del PdL. Al massimo faranno una consultazione su proposte programmatiche preconfezionate, stile televoto. Gli elettori non avranno la possibilità di partecipare attivamente, ma soltanto la possibilità di partecipare passivamente. In ogni caso il messaggio che passerà sarà: noi siamo di qua, voi siete di là; noi contiamo, voi vi fate contare.

Infine, nessun accenno a primarie per i candidati alla Camera e al Senato.

Come si vede, il tentativo del PdL è ben lontano dal traguardo dei partiti governati dagli elettori.

In questi giorni sui giornali si leggono notizie molto confuse riguardanti le regole delle primarie che vuol fare il PdL. Le chiamano “all’americana”, ma sarà veramente così? Su questo sito monitoreremo in dettaglio quello che succederà, e vi informeremo se quelle che faranno sono veramente primarie all’americana o qualcos’altro.

Anche il PD, come sappiamo, ha avuto i suoi problemi a stabilire le regole delle sue primarie. Questi scontri interni, con pressioni da una parte e dall’altra per fare regole che favoriscano i propri amici ed escludano o mettano in difficoltà gli amici degli altri, sono travagli inevitabili dei partiti-apparato. Nei veri partiti americani sono gli elettori, tramite la convention, che stabiliscono le regole delle primarie e ne supervisionano la corretta applicazione.

Gli Stati Uniti hanno impiegato due secoli a trovare il metodo giusto. Ad ogni tornata elettorale ogni stato faceva e fa un esperimento diverso, per cui furono fatti 50 esperimenti ogni volta. L’esperienza americana ci insegna cosa fare, cosa non fare, ci spiega come trasformare le primarie in un successo di partecipazione. Ora i dirigenti del PdL credono di poter improvvisare le regole dal nulla, senza sapere nemmeno cosa sono le primarie, senza avere la minima conoscenza o esperienza in materia.

Per dare un’idea della potenzialità delle primarie all’americana, se fatte all’americana, diciamo che le primarie americane stanno alle primarie del PD come la Champions League sta alla Supercoppa Europea. La seconda è una competizione di un giorno, e attira attenzione per un giorno. L’altra è una competizione diluita, che suscita un interesse incredibilmente maggiore. Per fare le primarie all’americana c’è una sola possibilità: importare le regole americane attuali, modello 2012, e applicarle senza discuterle. Qualunque modifica è estremamente rischiosa.

Gli elettori americani partecipano in massa alle primarie perché le primarie danno loro l’effettivo governo del partito. Le regole non escludono nessuno, non rendono difficile candidarsi, non sono fatte per penalizzare gli uni rispetto agli altri, o per respingere gli elettori invece che attrarli, perché le regole sono fatte dagli stessi elettori. Il segreto del successo è questo, in democrazia. Molto semplice.

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Comunque, auguri al PdL. Qualunque cosa facciano, sarà utile come esperienza per la prossima volta. Certo, vorremmo vedere un progresso più veloce di un passetto ogni 5 anni, visto che gli Stati Uniti ci forniscono la formula su un piatto d’argento.
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PDLCorriereOggi è apparso un articolo sul Corriere della Sera (che potete leggere dal sito www.pressreader.com cliccando sul link), a firma Paola di Caro, in cui si spiega che alcuni esponenti del PdL stanno portando avanti il progetto per cui si batte questo sito, cioè il sistema delle primarie americane, sequenzializzate e con convention dei delegati.

Non è ancora certo che il PdL imboccherà questa strada, comunque il fatto che ormai se ne parli è un ottimo segno. Da mesi sto scrivendo email a vari esponenti politici (tra cui Alfano, Alemanno, Maroni, Formigoni), spiegando che le primarie non vanno fatte come quelle del Pd (per carità!), che non soddisfano il criterio della cassiera, ma all’americana. E ho intercettato esponenti politici di persona (AlfanoStracquadanioRenzi, GrilloBoldrin…) per sensibilizzarli sul tema. Finalmente sembra che qualcosa si muova…

A dire il vero, quando Alfano aveva sbandierato ai quattro venti la novità sconvolgente che avrebbe cambiato la politica italiana mi ero illuso che fosse proprio il passaggio al sistema dei partiti americani, mentre invece non era niente di ché.

La proposta che circola in questi giorni, di cui riporta l’articolo del Corriere, è in effetti molto simile a quella che ho proposto allo stesso Alfano il 18 dicembre scorso. [mm-hide-text] Forse mi illudo di nuovo, comunque sperar non nuoce.

Se volete contribuire alla causa sostenuta da questo sito mandate un’email con subject “primarie all’americana” e il seguente testo

Sostengo la proposta di primarie sequenziali all’americana con convention dei delegati, per la scelta del candidato premier del PdL, come formulata presso il sito http://youcaucus.com

ai deputati del PdL, oppure divulgate il tweet

sostengo le primarie sequenziali con convention per il premier del PdL come formulate in http://youcaucus.com @ilpdl #primariepdl

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Oggi Angelino Alfano ha dichiarato (fonte Repubblica.it):

“Subito dopo il ballottaggio delle amministrative, io e Berlusconi annunceremo la più grossa novità della politica italiana che cambierà il corso della politica italiana nei prossimi anni e sarà accompagnata dalla più innovativa campagna elettorale che la politica italiana abbia avuto dalla discesa in campo di Berlusconi del 1994”.

Tutti pensano all’entrata di Montezemolo nel PdL, o qualcosa di simile, ma io penso che la novità non sarebbe così sconvolgente, e ci sia necessariamente dell’altro. In particolare, riflettendo sulla “più innovativa capagna elettorale dal ’94” di cui parla Alfano, e ricordando chiaramente che Alfano si mostrò molto interessato alla mia proposta, quando gli parlai di primarie sequenziali all’americana, in una cena elettorale a Firenze il dicembre scorso, sono convinto che la novità sia proprio questa, cioè che il PdL annuncerà che

il candidato premier del PdL sarà scelto con primarie sequenziali all’americana, cioè diluite in due-tre mesi, dove gli elettori di ogni regione saranno chiamati a votare in settimane distinte, creando un evento che non ha precedenti fuori dagli Usa.

Una competizione del genere massimizza la risonanza sui media, quindi la pubblicità gratuita, massimizza anche la raccolta di fondi, perché costringe i candidati a percorrere tutto il territorio nazionale in lungo e in largo, e massimizza il ritorno di consenso, perché molti degli elettori attratti da un partito colle primarie americane, inclusi quelli abituati a votare per i partiti avversi, poi tornano a votare per quel partito alle elezioni generali.

Se vogliamo usare una metafora calcistica, le primarie sequenziali americane stanno alle primarie nazionali (tipo quelle del PD italiano) come una Champions League sta a una supercoppa. La prima è una competizione prolungata che suscita grande interesse in tutte le sue fasi, la seconda è una finale senza campionato, che interessa al massimo i tifosi di due squadre, e di cui si parla un giorno solo.

Un candidato che non sia già famoso o straricco non ha alcuna possibilità di presentarsi a primarie nazionali con possibilità di vittoria. Ma se le primarie vengono diluite come detto, tutti i candidati sono più o meno uguali sulla linea di partenza. Come negli Usa, può emergere ora un Mike Huckabee, domani un Rick Santorum, praticamente dal nulla, e avere concrete possibilità di ottenere la nomina, oppure un candidato di colore può sbaragliare la superfavorita dell’establishment, o un “Carter chi?” può diventare presidente.

Certo, probabilmente con la novità annunciata da Alfano c’entra anche Luca Cordero di Montezemolo, nel senso che non si può pensare di arruolare Montezemolo come deputato del PdL, ma non si può neanche pensare di offrirgli la candidatura a premier così su due piedi. Offrirgli invece una competizione aperta come quella americana, dove possono misurarsi tutti con vere possibilità di vittoria e… che vinca il migliore…, sembra una proposta alquanto allettante e ragionevole.

Staremo a vedere. Forze il momento della rivoluzione politica è arrivato? Sembra difficile che una rivoluzione del genere possa emergere dall’interno dei partiti, invece che essere loro imposta in qualche modo dall’esterno, ma siccome così capitò in USA quarant’anni fa,  potrebbe capitare anche in Italia. Vi aggiornerò a breve.

***

Per consultare la proposta che ho consegnato ad Alfano il 18 dicembre 2011, clicca qui

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