… sono andato alla cena di Natale del PdL, a Firenze, per consegnare ad Alfano la mia proposta di primarie e convention all’americana (eccola qui). Si trattava del sunto di una battaglia che porto avanti dal lontano 2005. Ad Alfano, che per la verità era molto attento ed interessato, ho spiegato che le primarie non vanno fatte come le fa il PD, cioè votando in tutto il territorio nazionale nello stesso giorno, perché così solo i soliti noti hanno vere possibilità di vincere. Gli ho detto che, invece, le primarie vanno fatte all’americana, regione per regione, diluendole nel tempo il più possibile, perché soltanto così possono emergere candidati forti anche relativamente dal nulla (vedi Obama). Inoltre, così facendo si aumenta notevolmente il consenso per il partito.
Quando in aprile Alfano ha annunciato la “novità sconvolgente” che avrebbe cambiato per sempre la politica italiana mi sono illuso che fosse l’accoglimento della mia proposta (vedi qui). Poi qualcuno mi ha dato un pizzicotto e mi sono risvegliato (vedi qui)…
Alla fine qualche tipo di primarie all’americana il PdL voleva pur farle, con tanto di convention, segno che il mio messaggio era arrivato, in qualche modo. Certo non immaginavo di aver terremotato il partito fino a questo punto. In fondo, però, il PdL se l’è cercata, e merita di trovarsi nella situazione attuale…
Il 22 settembre scorso, a Parma, ho fatto la stessa proposta a Grillo (vedi qui), e Beppe ha mostrato di cogliere il messaggio (vedi qui). [mm-hide-text] Purtroppo recentemente il Movimento 5 Stelle è andato in tutt’altra direzione (vedi qui e anche qui)… [/mm-hide-text]
In effetti, è possibile fare progressi nella direzione della democrazia solo se la richiesta proviene dal basso, non sperando di convincere quelli che appartengono alle varie caste di privilegiati. Tuttavia, sembra che gli Italiani, abituati da decenni ad essere spremuti, sfruttati, trattati come sudditi, e sballottati di qua e di là, si accontentino veramente di poco…
Il PdL ha messo in rete le regole preliminari delle sue primarie. Si parla di sequenzializzazione regionale e 10000 firme da raccogliere in 13 giorni. Si voterà in quattro turni, per macroregioni. Per votare bisogna pagare 2 Euro e sottoscrivere un’adesione alla carta dei valori del PdL.
Possiamo emettere un primo giudizio.
La richiesta di firmare un’adesione ai valori del PdL per votare qualifica le primarie del PdL come primarie chiuse. Infatti, negli USA le primarie aperte sono quelle in cui chiunque può votare, compresi gli elettori del partito avversario.
Far pagare per partecipare è tassativamente proibito in tutti gli stati degli Usa, ed è sufficiente a qualificare le primarie del PdL come primarie italiane, non primarie americane. Infatti, la somma pagata è equiparabile ad una mini-iscrizione. Si tratta a tutti gli effetti di un’iscrizione ricaricabile invece che in abbonamento, di un pay-per-vote, come succede anche presso il PD. Le primarie del PdL sono dunque consultazioni tra iscritti. Tali consultazioni non esistono negli Usa perché i partiti americani non hanno iscritti.
La richiesta di presentare 10000 firme in 13 giorni non si sposa colla sequenzializzazione e penalizza la partecipazione. In Usa non esistono richieste per candidarsi alle “primarie statunitensi”, esistono solo richieste per candidarsi ai caucus dell’Iowa (nessuna firma, nessun pagamento), alle primarie del New Hampshire (nessuna firma, pagamento di 1000 dollari), alle primarie della Carolina del Sud, alle primarie della Florida, alle primarie del Michigan, ecc. Un candidato può anche partecipare solo ai caucus dell’Iowa, vedere come va e poi decidere se andare avanti, o scendere in campo a competizione inoltrata, partecipare solo alle primarie della California, e così via.
L’organizzazione delle primarie in 4 gruppi di regioni che votano in date distinte qualifica le primarie come primarie regionali, non primarie sequenziali. E’ una delle opzioni considerate in passato negli Usa, sempre scartata. Sarebbe come se negli Usa ci fosse una serie di supermartedì. Chiaramente, una successione del genere non soddisfa il criterio della cassiera. Invece, occorre cominciare da una regione unica, preferibilmente piccola (come ad esempio il Molise, l’Iowa italiano), poi un’altra regione, piccola o media (come l’Abruzzo, il New Hampshire italiano), e così via per almeno 5 turni. Soltanto nella parte centrale della sequenza può esserci una concentrazione di primarie nello stesso giorno. Si veda la proposta che ho consegnato ad Alfano lo scorso 13 dicembre, che non prevede concentrazioni di primarie a nessuno stadio.
Nelle regole delle primarie del PdL non si parla in nessun caso di dare agli elettori la possibilità di votare candidati non-ufficiali. Negli Usa le schede elettorali delle primarie riportano quasi sempre una riga bianca, detta write-in (scrivi dentro), dove l’elettore può scrivere di suo pugno il nome del candidato che preferisce. Questa possibilità garantisce che le primarie non siano ristrette di fatto ai soliti noti.
Nelle regole emanate si parla anche vagamente di convention, ma non si sa ancora quali saranno i poteri dei delegati, né come saranno scelti. Negli Usa sono in grande maggioranza semplici elettori, eletti con le stesse primarie, e grazie alla convention governano il partito. Tra le altre cose, supervisionano l’applicazione delle regole delle primarie, dirimono le controversie in materia, approvano le regole delle primarie successive e della stessa convention, scrivono e approvano il programma elettorale degli elettori. Negli Usa la convention è l’autorità massima del partito: non esistono apparati, non esistono segretari, non esistono capi, non esistono organi dirigenti.
Dubito che sarà così nel caso del PdL. Al massimo faranno una consultazione su proposte programmatiche preconfezionate, stile televoto. Gli elettori non avranno la possibilità di partecipare attivamente, ma soltanto la possibilità di partecipare passivamente. In ogni caso il messaggio che passerà sarà: noi siamo di qua, voi siete di là; noi contiamo, voi vi fate contare.
Infine, nessun accenno a primarie per i candidati alla Camera e al Senato.
Come si vede, il tentativo del PdL è ben lontano dal traguardo dei partiti governati dagli elettori.
In questi giorni sui giornali si leggono notizie molto confuse riguardanti le regole delle primarie che vuol fare il PdL. Le chiamano “all’americana”, ma sarà veramente così? Su questo sito monitoreremo in dettaglio quello che succederà, e vi informeremo se quelle che faranno sono veramente primarie all’americana o qualcos’altro.
Anche il PD, come sappiamo, ha avuto i suoi problemi a stabilire le regole delle sue primarie. Questi scontri interni, con pressioni da una parte e dall’altra per fare regole che favoriscano i propri amici ed escludano o mettano in difficoltà gli amici degli altri, sono travagli inevitabili dei partiti-apparato. Nei veri partiti americani sono gli elettori, tramite la convention, che stabiliscono le regole delle primarie e ne supervisionano la corretta applicazione.
Gli Stati Uniti hanno impiegato due secoli a trovare il metodo giusto. Ad ogni tornata elettorale ogni stato faceva e fa un esperimento diverso, per cui furono fatti 50 esperimenti ogni volta. L’esperienza americana ci insegna cosa fare, cosa non fare, ci spiega come trasformare le primarie in un successo di partecipazione. Ora i dirigenti del PdL credono di poter improvvisare le regole dal nulla, senza sapere nemmeno cosa sono le primarie, senza avere la minima conoscenza o esperienza in materia.
Per dare un’idea della potenzialità delle primarie all’americana, se fatte all’americana, diciamo che le primarie americane stanno alle primarie del PD come la Champions League sta alla Supercoppa Europea. La seconda è una competizione di un giorno, e attira attenzione per un giorno. L’altra è una competizione diluita, che suscita un interesse incredibilmente maggiore. Per fare le primarie all’americana c’è una sola possibilità: importare le regole americane attuali, modello 2012, e applicarle senza discuterle. Qualunque modifica è estremamente rischiosa.
Gli elettori americani partecipano in massa alle primarie perché le primarie danno loro l’effettivo governo del partito. Le regole non escludono nessuno, non rendono difficile candidarsi, non sono fatte per penalizzare gli uni rispetto agli altri, o per respingere gli elettori invece che attrarli, perché le regole sono fatte dagli stessi elettori. Il segreto del successo è questo, in democrazia. Molto semplice.
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Comunque, auguri al PdL. Qualunque cosa facciano, sarà utile come esperienza per la prossima volta. Certo, vorremmo vedere un progresso più veloce di un passetto ogni 5 anni, visto che gli Stati Uniti ci forniscono la formula su un piatto d’argento.
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Oggi è apparso un articolo sul Corriere della Sera (che potete leggere dal sito www.pressreader.com cliccando sul link), a firma Paola di Caro, in cui si spiega che alcuni esponenti del PdL stanno portando avanti il progetto per cui si batte questo sito, cioè il sistema delle primarie americane, sequenzializzate e con convention dei delegati.
Non è ancora certo che il PdL imboccherà questa strada, comunque il fatto che ormai se ne parli è un ottimo segno. Da mesi sto scrivendo email a vari esponenti politici (tra cui Alfano, Alemanno, Maroni, Formigoni), spiegando che le primarie non vanno fatte come quelle del Pd (per carità!), che non soddisfano il criterio della cassiera, ma all’americana. E ho intercettato esponenti politici di persona (Alfano, Stracquadanio, Renzi, Grillo, Boldrin…) per sensibilizzarli sul tema. Finalmente sembra che qualcosa si muova…
A dire il vero, quando Alfano aveva sbandierato ai quattro venti la novità sconvolgente che avrebbe cambiato la politica italiana mi ero illuso che fosse proprio il passaggio al sistema dei partiti americani, mentre invece non era niente di ché.
La proposta che circola in questi giorni, di cui riporta l’articolo del Corriere, è in effetti molto simile a quella che ho proposto allo stesso Alfano il 18 dicembre scorso. [mm-hide-text] Forse mi illudo di nuovo, comunque sperar non nuoce.
Se volete contribuire alla causa sostenuta da questo sito mandate un’email con subject “primarie all’americana” e il seguente testo
Sostengo la proposta di primarie sequenziali all’americana con convention dei delegati, per la scelta del candidato premier del PdL, come formulata presso il sito http://youcaucus.com
ai deputati del PdL, oppure divulgate il tweet
sostengo le primarie sequenziali con convention per il premier del PdL come formulate in http://youcaucus.com @ilpdl #primariepdl
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Una delle parole più comuni e dal significato più oscuro e ambiguo è la parola democrazia. Ne conosciamo veramente il significato? Davvero basta un’infarinata di elezioni qualunque per qualificare un sistema come democratico? In questo sito abbiamo più volte spiegato che non è così.
Per riconoscere una democrazia da un sistema elitario, che maschera il privilegio dietro, appunto, un’infarinata di elezioni qualunque, e metodi di selezione dei candidati sapientemente gestiti in modo da impedire il libero accesso dei cittadini alle cariche pubbliche, in questo sito e nel libro abbiamo proposto quello che abbiamo chiamato “il criterio della cassiera“, che ora rienunciamo in forma generale.
Il criterio della cassiera
Un sistema politico è una democrazia rappresentativa se e solo se qualunque cittadino eleggibile si può candidare a qualunque carica pubblica, in qualunque tornata elettorale, con effettive possibilità di vincere.
L’eleggibilità può essere vincolata solo da blandi limiti di età, da requisiti di nascita o residenza nel territorio nazionale o nel territorio di competenza della carica pubblica.
In breve, anche una cassiera di supermercato deve potersi candidare a premier con effettive possibilità di vincere, e le sue possibilità di vincere devono essere uguali alle possibilità di chiunque altro, di chi è già famoso come di chi è straricco. L’immagine della cassiera di supermercato che diventa premier mi è stata suggerita dal caso di una cassiera dell’Esselunga, Giusy Ferreri, che nel 2008 divenne una star della canzone grazie ad un programma televisivo, X Factor, che si proponeva appunto di andare a cercare talenti e farli emergere. Precisa o meno che sia questa “favola a lieto fine”, probabilmente senza quello strumento la cassiera sarebbe rimasta cassiera per tutta la vita e del suo talento si sarebbero accorti in pochi.
Quante sono le persone, in Italia, che hanno talento per fare politica e contribuire alla crescita del proprio paese, ma non avranno mai la possibilità di mettere a frutto le loro capacità, a causa di un sistema di partiti che blocca ogni loro tentativo sul nascere, e le respinge ed allontana invece che aiutarle ad emergere? Qual’è il danno che un paese, o una società di individui, infliggono a loro stessi impedendosi di mettere a frutto queste incredibili risorse, per soddisfare le bramosie di un branco di politicanti?
Ci sono 60 milioni di individui in Italia: conviene davvero restringere la scelta di un premier ad una manciata di persone facenti parte di una manciata di combriccole? Qual’è la probabilità che il premier migliore per il paese sia proprio una delle persone che fanno parte di quelle combriccole?
E comunque, si può davvero chiamare democrazia un sistema che funziona così? Ovviamente, no.
Per fare emergere le persone con il talento richiesto occorre uno strumento che agevoli la loro candidatura, la loro “discesa in campo”, come pure la valutazione dei candidati da parte degli elettori, e annulli il vantaggio di chi è già noto o ricco, o almeno impedisca che quel vantaggio si trasformi in privilegio. Il meccanismo deve funzionare in modo sufficientemente diluito nel tempo, perché non è possibile passare al setaccio 60 milioni di persone se si vota in tutto il territorio nazionale nello stesso giorno. Questo strumento esiste ed è il sistema delle primarie sequenziali in crescendo correlate alla convention, qui battezzato con la sigla PSC. Praticamente, è il sistema utilizzato negli Stati Uniti per le elezioni presidenziali. In quel paese vengono impiegati ben due anni per selezionare il nuovo presidente, con regole chiare e con una competizione che dà a tutti una possibilità.
Per concludere, l’Italia non è una democrazia, primo perché sicuramente non è una democrazia diretta, secondo perché non è nemmeno una democrazia indiretta, visto che il suo sistema politico non soddisfa il criterio della cassiera. Allo stesso modo, non sono democrazie i sistemi politici adottati nei paesi europei. Ancora oggi nel mondo soltanto gli Stati Uniti d’America sono una democrazia.
I dibattiti televisivi si sono conclusi e le elezioni presidenziali americane sono alle porte. Nel complesso, Romney e Ryan ne escono abbastanza bene.
A detta dei sondaggi, quella inflitta da Romney ad Obama nel primo dibattito è stata la più sonora sconfitta della storia. Cioè non si era mai visto uno stacco tanto grande tra le percentuali di telespettatori che attribuivano la vittoria ai due candidati. Nei dibattiti successivi Obama e Biden sono passati alla controffensiva, ma hanno giocato troppo spesso la carta dell’aggressività accompagnata da toni arroganti ed irrisori. Quella strategia è sicuramente servita a galvanizzare la base dell’elettorato democratico. Tuttavia, in generale i dibattiti televisivi hanno tutt’altro scopo, cioè quello di attrarre gli indecisi dalla propria parte. Romney se l’è cavata bene, dando un’immagine presidenziale e affidabile di sè. Per certi versi nell’ultimo dibattito, che verteva sulla politica estera, sembrava che lo sfidante fosse Obama e il presidente in carica fosse Romney.
Possiamo prendere spunto da questo aspetto delle elezioni presidenziali americane per sviluppare ulteriormente un discorso più ampio affrontato in questo sito, cioè che una democrazia rappresentativa è tale se e soltanto se soddisfa il criterio della cassiera: qualunque cittadino eleggibile deve potersi candidare a qualunque carica pubblica in qualunque tornata elettorale con effettive possibilità di vincere. Sappiamo che, tra le altre cose, per ottenere questo risultato occorre organizzare primarie sequenziali in crescendo, correlate con la convention, affinché il vantaggio di chi è già noto o ricco rimanga appunto un vantaggio e non diventi privilegio.
Ora possiamo affermare che in quest’ottica si rivelano non solo utili, ma addirittura cruciali, anche i dibattiti televisivi. Li chiamiamo così anche se ovviamente il fatto che siano fruibili dalla televisione, o come avviene oggi anche da internet o con altri mezzi di comunicazione, conta poco. Ciò che è importante, e che si è potuto chiaramente apprezzare grazie ai dibattiti televisivi americani relativi alle elezioni presidenziali, è che questi dibattiti garantiscono che il vantaggio di cui gode un presidente uscente o chi è favorito dai sondaggi rimanga appunto un vantaggio e non si traduca in un privilegio.
Spieghiamo meglio cosa è successo. Per mesi Obama ha speso centinaia di milioni di dollari in messaggi pubblicitari che avevano come unico scopo ridicolizzare il suo avversario, dipingerlo come un riccone sconnesso dal mondo, che non si cura dei poveri e che vuole riportare le lancette dell’orologio indietro di trent’anni. La cosa più triste è che era brillantemente riuscito nel suo scopo. Chi non seguiva la politica da vicino, cioè la maggior parte degli elettori, si era fatta questa opinione di Romney. Il primo dibattito televisivo è servito a spazzarla via d’un colpo, i dibattiti successivi a rafforzare l’immagine presidenziale che Romney ha voluto dare di sè. Non c’è dubbio che senza i dibattiti televisivi molte massaie crederebbero ancora che Romney è un rozzo e un bigotto. Ora invece, come candidamente ammesso da un’ospite di un famoso programma televisivo indirizzato al pubblico femminile (“The view”), l’opinione prevalente è completamente ribaltata rispetto a quella pre-dibattiti, e Romney è visto come un candidato votabile con tranquillità da chiunque ed eventualmente un presidente che può essere accettato da chiunque.
Per questo motivo, anche in Italia i dibattiti tra i candidati alla presidenza del consiglio dovrebbero essere obbligatori, con penalità per chi vi si sottrae, come l’imposizione o la riduzione consistente (diciamo il 50%) del tetto di spesa per la campagna elettorale. Permettere che il favorito si sottragga, come fece Berlusconi sia nel 2001 che nel 2008, vuol dire andare nella direzione esattamente opposta a quella indicata qui.
All’età di 90 anni è morto l’ex senatore al Congresso degli Stati Uniti George McGovern. Poco più di quarant’anni fa, McGovern fu il protagonista principale della transizione dal sistema dei partiti-apparati al sistema dei partiti governati dagli elettori, grazie alla riforma McGovern-Fraser. Essa modernizzò il partito democratico americano, stabilendo che tutti i delegati alla convention devono essere scelti dagli elettori, con modalità tali da riflettere fedelmente la volontà degli elettori del partito. Prima di quella riforma il partito era in mano a boss e capi-fazione che, per una via o per l’altra, riuscivano a nominare d’autorità gruppi di delegati, per poi manipolarli a piacimento.
Negli stati a maggioranza democratica le leggi che governavano le primarie pubbliche furono adattate alla riforma. Per non dover organizzare primarie autogestite, e quindi accollarsene le spese, anche il partito repubblicano si adattò subito al nuovo sistema.
A McGovern va dunque il merito di aver cambiato completamente la politica degli Stati Uniti, facendole fare un progresso senza uguali nella storia. Dal 1972 gli Stati Uniti d’America sono l’unica democrazia rappresentativa al mondo, nel senso che il loro sistema politico soddisfa il criterio della cassiera.
Potete leggere maggiori dettagli nella parte storica del libro.
McGovern si candidò alle elezioni del 1972, ma fu sconfitto dal presidente uscente Richard Nixon. McGovern riuscì ad ottenere la nomina del partito democratico anche grazie alle nuove regole. I maligni, cioè i capi-partito caduti in disgrazia, dissero che “si era fatto le regole apposta per vincere”. La realtà è invece che con quelle regole, che in quarant’anni hanno subito poche modifiche, nessuno è sicuro di vincere, perché il risultato è determinato unicamente dagli elettori. Lo sa Hillary Clinton, che, favorita, nel 2008 dovette cedere ad un nuovo arrivato, tale Barack Obama, e lo sa Mitt Romney, che quest’anno stava per essere scalzato via da Rick Santorum, un candidato che prima dei caucus dell’Iowa era dato al 3% dai sondaggi nazionali.
A questo punto viene spontaneo chiedersi: quanto tempo dovremo aspettare per avere in Italia il nostro McGovern?
Sabato scorso, il 6/10/2012, si è tenuta a Pisa una riunione organizzata da Zero Positivo e Fermare il Declino a cui ha partecipato, tra gli altri, l’economista Michele Boldrin. Durante la riunione si è parlato anche di primarie e così ho deciso di diffondere il progetto dei partiti aperti anche presso i partecipanti a quella conferenza. Successivamente ho mandato a Boldrin una mail con i dettagli.
A Boldrin ho spiegato le “primarie sequenziali in crescendo“, quelle che agevolano massimamente la discesa in campo di candidati anche sconosciuti o privi di grandi disponibilità finanziarie (al limite, una cassiera di supermercato) dando loro effettive possibilità di vincere. Sottolineo che il sistema non è pensato per dare ai candidati unicamente la possibilità teorica di vincere, ma garantisce la possibilità pratica di colmare in pochi passaggi (le prime primarie della sequenza) il gap di notorietà che li svantaggia rispetto ai candidati noti, in modo che quello svantaggio rimanga svantaggio e non diventi una condanna, e in modo che il vantaggio di chi è noto rimanga vantaggio e non diventi privilegio.
Le idee chiave sono:
1) le primarie sono sequenzializzate con un sistema “in crescendo“;
2) le primarie sono correlate alla convention, ed eleggono i delegati alla convention.
Più precisamente, la stagione delle primarie dura qualche mese. Si vota nelle varie regioni a una settimana di distanza l’una dall’altra, cominciando dalle regioni più piccole, dove si usa il sistema proporzionale, e finendo colle regioni più grandi, dove si usa il sistema del vincitore pigliatutto: prima in Molise, una settimana dopo in Abruzzo, una settimana dopo nelle Marche, ecc., per finire colla Sicilia e la Lombardia.
Come spiegato in questo post, la convention è cruciale, perché rappresenta il “governo popolare del partito” e rimpiazza gli apparati, come successe quarant’anni fa negli USA colla riforma McGovern-Fraser (per dettagli su questo si veda il libro). Le regole delle primarie (successive) le stabiliscono i delegati alla convention, non gli apparati, che sono semplicemente assenti.
In teoria, c’è tempo di realizzare il progetto anche per le elezioni politiche dell’anno prossimo. Anche perchè, sequenzializzandole, le primarie sono molto più facili da organizzare, si impara strada facendo, sono necessarie meno persone per gestirle, la gente ha tempo di fare passaparola e diffondere il messaggio, e i mezzi di comunicazione non resisterebbero al fascino di una competizione combattuta e prolungata. Combinandole poi con le primarie online, basterebbe tenere aperti i seggi fisici per poche ore.
La risposta di Boldrin è stata positiva. Se ci sono sviluppi vi terrò informato. D’altro canto sembra che Italia Futura, con cui Zero Positivo e Fermate il Declino stanno dialogando, sia contraria alle primarie. La cosa non sorprende nessuno: Italia Futura non sembra affatto un movimento democratico, sembra più che altro un movimento elitario. Devo dire che, a parte Boldrin, anche gli altri intervenuti alla conferenza di sabato scorso sembravano poco inclini a sentimenti genuinamente democratici.
Come riportato qui, mesi fa ho fatto la stessa proposta (che potete consultare qui) di primarie sequenziali in crescendo correlate alla convention al segretario del PdL Angelino Alfano, inutilmente. Gli ho recentemente chiesto un incontro (me lo aveva promesso allora), ma sto ancora aspettando risposta.

