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Mi sono recentemente candidato alle parlamentarie europee del Movimento 5 Stelle, e così ho potuto verificare dall’interno il funzionamento delle loro consultazioni. Riporto qui il mio giudizio.

Le candidature sono state aperte il 26 marzo, senza alcun preavviso. Il primo turno di votazioni si è tenuto il 31 marzo, il secondo turno il 3 aprile. Il tutto sempre senza preavvisi di sorta.

Nel primo turno di votazioni si dovevano valutare centinaia di curricula mai visti prima, caricati dal sistema operativo a 5 stelle in modo approssimativo. Molti profili erano tagliati come pure le lettere di intenti, con frasi a metà. Non esisteva un motore di ricerca interno per poter scorrere i profili in maniera efficiente. Si poteva soltanto cercare per città, sesso e poco altro.

A Pisa i candidati da valutare erano circa trecento. Volendo, 300 candidati potrebbero stare su un’unica pagina web, ma erano invece organizzati in modo da massimizzare il numero di click necessari per raggiungerli, impedendo di fatto di valutarli in tempi ragionevoli. Sembrava un web anni 90, realizzato in modo molto approssimativo da illetterati di internet. La cosa è quanto mai sorprendente, perché il Movimento 5 Stelle si spaccia per il movimento che fa decidere la rete.

La mia indagine conferma che il Movimento 5 Stelle non soddisfa i criteri minimi di YouCaucus per poterlo considerare un movimento governato dai suoi elettori. Ricordiamo infatti che tra i criteri suddetti è di importanza fondamentale dare ai candidati e agli elettori modi e tempi per permettere loro di candidarsi e fare le proprie scelte, cose che evidentemente non sono giudicate importanti per il M5S. Di sequenzialità delle primarie neanche l’ombra, come pure della convention dei delegati. Le regole delle consultazioni continuano a piovere dall’alto, all’improvviso, senza che gli elettori abbiano alcuna voce in capitolo.

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Aggiunta successiva (giugno 2015): non ho mai saputo quanti voti ho preso. Immagino che nessun altro candidato, tranne quelli passati al secondo turno, sia stato informato dei voti ottenuti. Pertanto le primarie del Movimento 5 Stelle non sono una cosa seria.

I dibattiti televisivi si sono conclusi e le elezioni presidenziali americane sono alle porte. Nel complesso, Romney e Ryan ne escono abbastanza bene.

A detta dei sondaggi, quella inflitta da Romney ad Obama nel primo dibattito è stata la più sonora sconfitta della storia. Cioè non si era mai visto uno stacco tanto grande tra le percentuali di telespettatori che attribuivano la vittoria ai due candidati. Nei dibattiti successivi Obama e Biden sono passati alla controffensiva, ma hanno giocato troppo spesso la carta dell’aggressività accompagnata da toni arroganti ed irrisori. Quella strategia è sicuramente servita a galvanizzare la base dell’elettorato democratico. Tuttavia, in generale i dibattiti televisivi hanno tutt’altro scopo, cioè quello di attrarre gli indecisi dalla propria parte. Romney se l’è cavata bene, dando un’immagine presidenziale e affidabile di sè. Per certi versi nell’ultimo dibattito, che verteva sulla politica estera, sembrava che lo sfidante fosse Obama e il presidente in carica fosse Romney.

Possiamo prendere spunto da questo aspetto delle elezioni presidenziali americane per sviluppare ulteriormente un discorso più ampio affrontato in questo sito, cioè che una democrazia rappresentativa è tale se e soltanto se soddisfa il criterio della cassiera: qualunque cittadino eleggibile deve potersi candidare a qualunque carica pubblica in qualunque tornata elettorale con effettive possibilità di vincere. Sappiamo che, tra le altre cose, per ottenere questo risultato occorre organizzare primarie sequenziali in crescendo, correlate con la convention, affinché il vantaggio di chi è già noto o ricco rimanga appunto un vantaggio e non diventi privilegio.

Ora possiamo affermare che in quest’ottica si rivelano non solo utili, ma addirittura cruciali, anche i dibattiti televisivi. Li chiamiamo così anche se ovviamente il fatto che siano fruibili dalla televisione, o come avviene oggi anche da internet o con altri mezzi di comunicazione, conta poco. Ciò che è importante, e che si è potuto chiaramente apprezzare grazie ai dibattiti televisivi americani relativi alle elezioni presidenziali, è che questi dibattiti garantiscono che il vantaggio di cui gode un presidente uscente o chi è favorito dai sondaggi rimanga appunto un vantaggio e non si traduca in un privilegio.

Spieghiamo meglio cosa è successo. Per mesi Obama ha speso centinaia di milioni di dollari in messaggi pubblicitari che avevano come unico scopo ridicolizzare il suo avversario, dipingerlo come un riccone sconnesso dal mondo, che non si cura dei poveri e che vuole riportare le lancette dell’orologio indietro di trent’anni. La cosa più triste è che era brillantemente riuscito nel suo scopo. Chi non seguiva la politica da vicino, cioè la maggior parte degli elettori, si era fatta questa opinione di Romney. Il primo dibattito televisivo è servito a spazzarla via d’un colpo, i dibattiti successivi a rafforzare l’immagine presidenziale che Romney ha voluto dare di sè. Non c’è dubbio che senza i dibattiti televisivi molte massaie crederebbero ancora che Romney è un rozzo e un bigotto. Ora invece, come candidamente ammesso da un’ospite di un famoso programma televisivo indirizzato al pubblico femminile (“The view”), l’opinione prevalente è completamente ribaltata rispetto a quella pre-dibattiti, e Romney è visto come un candidato votabile con tranquillità da chiunque ed eventualmente un presidente che può essere accettato da chiunque.

Per questo motivo, anche in Italia i dibattiti tra i candidati alla presidenza del consiglio dovrebbero essere obbligatori, con penalità per chi vi si sottrae, come l’imposizione o la riduzione consistente (diciamo il 50%) del tetto di spesa per la campagna elettorale. Permettere che il favorito si sottragga, come fece Berlusconi sia nel 2001 che nel 2008, vuol dire andare nella direzione esattamente opposta a quella indicata qui.

All’età di 90 anni è morto l’ex senatore al Congresso degli Stati Uniti George McGovern. Poco più di quarant’anni fa, McGovern fu il protagonista principale della transizione dal sistema dei partiti-apparati al sistema dei partiti governati dagli elettori, grazie alla riforma McGovern-Fraser. Essa modernizzò il partito democratico americano, stabilendo che tutti i delegati alla convention devono essere scelti dagli elettori, con modalità tali da riflettere fedelmente la volontà degli elettori del partito. Prima di quella riforma il partito era in mano a boss e capi-fazione che, per una via o per l’altra, riuscivano a nominare d’autorità gruppi di delegati, per poi manipolarli a piacimento.

Negli stati a maggioranza democratica le leggi che governavano le primarie pubbliche furono adattate alla riforma. Per non dover organizzare primarie autogestite, e quindi accollarsene le spese, anche il partito repubblicano si adattò subito al nuovo sistema.

A McGovern va dunque il merito di aver cambiato completamente la politica degli Stati Uniti, facendole fare un progresso senza uguali nella storia. Dal 1972 gli Stati Uniti d’America sono l’unica democrazia rappresentativa al mondo, nel senso che il loro sistema politico soddisfa il criterio della cassiera.

Potete leggere maggiori dettagli nella parte storica del libro.

McGovern si candidò alle elezioni del 1972, ma fu sconfitto dal presidente uscente Richard Nixon. McGovern riuscì ad ottenere la nomina del partito democratico anche grazie alle nuove regole. I maligni, cioè i capi-partito caduti in disgrazia, dissero che “si era fatto le regole apposta per vincere”. La realtà è invece che con quelle regole, che in quarant’anni hanno subito poche modifiche, nessuno è sicuro di vincere, perché il risultato è determinato unicamente dagli elettori. Lo sa Hillary Clinton, che, favorita, nel 2008 dovette cedere ad un nuovo arrivato, tale Barack Obama, e lo sa Mitt Romney, che quest’anno stava per essere scalzato via da Rick Santorum, un candidato che prima dei caucus dell’Iowa era dato al 3% dai sondaggi nazionali.

A questo punto viene spontaneo chiedersi: quanto tempo dovremo aspettare per avere in Italia il nostro McGovern?

In questi giorni il PD sta decidendo, con modalità a dire il vero oscure ai più, le regole delle sue primarie. Come più volte spiegato in questo sito (vedi qui, qui e qui), le primarie del PD non sono vere primarie democratiche, perché non soddisfano il criterio della cassiera, cioè non permettono a persone poco conosciute di candidarsi con effettive possibilità di vincere, ma restringono l’insieme dei “papabili” a una piccola casta di personaggi già politicamente affermati, rendendoli di fatto privilegiati rispetto a tutti gli altri elettori del partito.

Le diatribe interne al PD ci mostrano ancora una volta, quasi ce ne fosse bisogno, il ruolo vitale della convention nei partiti americani, dove i delegati eletti con le primarie, semplici elettori tra elettori, governano il partito, in particolare stabiliscono le regole per le elezioni primarie successive, in modo che non siano i contendenti a farsi le regole su misura a ridosso della nuova competizione o a competizione in corso. Questo è proprio quello che sta succedendo ora nel PD.

La convention rimpiazza gli apparati. Nei partiti che non si dotano di questo strumento di governo popolare una casta di privilegiati riesce in breve tempo a impossessarsi del partito a scapito di tutti gli altri, e a conquistare gradualmente posizioni da cui non si schioderà mai più. Per la cronaca, l’assemblea del PD chiamata a votare sulle regole delle primarie non ha nulla a che spartire con le convention dei partiti americani moderni.

Le primarie del PD sono così chiuse che più chiuse non si può. Per prima cosa, all’elettore viene chiesto di pagare per il suo voto, cosa proibita nelle primarie americane. Si tratta di una mini-iscrizione, di fatto. Una specie di iscrizione ricaricabile invece che in abbonamento, una pay-per-vote“, dove paghi solo quando vuoi partecipare. In secondo luogo, a chi si reca alle urne viene chiesto di sottoscrivere una dichiarazione di adesione ai valori e programmi del partito, o della coalizione. Questo è precisamente ciò che negli Stati Uniti definisce le primarie come primarie chiuse. Come non bastasse, ora vorrebbero istituire un albo degli elettori, una pre-registrazione, e tante altre amenità che soltanto menti veramente “illuminate” possono concepire.

I “dirigenti” del PD spiegano che le precauzioni sono necessarie per evitare che vengano a votare i sabotatori dei partiti avversari. E’ una scusa vecchia come il cucco. Di precauzioni alternative per impedire ai sabotatori di sabotare ce ne sono infinite (tra l’altro, il problema del sabotaggio avversario non si pone nemmeno nelle primarie sequenziali), ma le scelte fatte dai “dirigenti” del PD hanno tutto il sapore si scelte studiate a tavolino per favorire un candidato e svantaggiare un altro candidato.

A Renzi posso solo dire questo: invece che cercare di cambiare il tuo partito, cambia partito. Siccome però di partiti americani in Italia non ce ne sono, creane tu uno a partire dal consenso che hai. Con i metodi dei partiti americani spiegati in questo sito puoi arrivare in pochi anni al 51%.

Come promesso, oggi ho consegnato il libro “Il sistema dei partiti governati dagli elettori” a Beppe Grillo. Sono andato a Parma, all’incontro pubblico sugli inceneritori. Mi sono messo vicino alla sua postazione e ho aspettato il momento opportuno. Quando gli ho dato il libro Grillo mi è stato ad ascoltare per qualche minuto. Gli ho anche spiegato che col sistema delle primarie sequenziali all’americana si può costruire anche in Italia un partito da 51% dove perfino una cassiera del supermercato può diventare premier. La sua risposta mi è sembrata positiva. Mi ha detto: “un partito da 51%? È quel che voglio fare io!”. Poi gli ho illustrato il criterio della cassiera e le primarie sequenziali.

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La sua risposta mi è sembrata positiva, ma contornata da un’aria di sufficienza che mi ha un po’ spiazzato, del tipo: “un partito da 51%? È quel che voglio fare io!”. Quando gli ho illustrato il criterio della cassiera e le primarie sequenziali, la sua espressione diceva: “ma è ovvio, no? Lo so bene anch’io! Hai qualcosa da dirmi che non sappia già?”

Ed è tornato subito a parlare con i giornalisti che gli stavano alle costole. Allora io gli ho gridato: “ma lasciali perdere!”, più volte. Potrei sbagliarmi, ma in quel momento mi è sembrato di udire un cittadino accusare Grillo, a voce alta, di dare sempre molta retta ai giornalisti e di parlare poco con la gente comune. Al ché Grillo ha improvisato un tentativo di giustificazione che indirettamente avvalorava l’accusa.

È stata anche la mia impressione fin dall’inizio devo dire. Ho osservato Grillo per circa due ore e ho notato che non può proprio fare a meno delle luci della ribalta. Copre i giornalisti di insulti, ma va sempre, inevitabilmente, a parlare con loro. Beppe, non dici sempre ai tuoi che devono evitare i giornalisti, che non devono mettersi in mostra, e, tra le tante cose, non devono andare come ospiti ai programmi televisivi? Non potresti anche tu dare il buon esempio e ignorare quella gente? E magari usare il tempo libero che guadagni in questo modo per parlare con la gente comune e ascoltare quello che ha da dirti?

Nel progetto di Grillo c’è molto di giusto e molto che mi piace, ma sono ugualmente convinto, e gliel’ho detto, che il mio libro possa dargli idee, ispirazione e stimoli. Poi, se proprio non lo vuole leggere e pensa di perdere il suo tempo, lo butti pure nel cassonetto. Beppe: il mio libro è un regalo per te. Ora è tuo, e ne puoi fare quello che vuoi. Ma reagire come se io fossi uno che vuole usurpare i tuoi meriti e oscurare la lucentezza della tua stella che brilla nel firmamento, mi è sembrato francamente un po’ sopra le righe.

Insomma, non so se la mia missione sia servita a qualcosa. Posso solo dire che da oggi anche Grillo fa parte della lista di “coloro che non potranno dire che non gliel’avevo detto”, assieme a Renzi, Alfano, Fini e Berlusconi.
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Stamattina ho consegnato una copia del libro “Il sistema dei partiti governati dagli elettori” a Matteo Renzi, che è venuto a Verona, al Palazzo della Gran Guardia, a tenere il comizio di apertura del suo tour elettorale per le primarie del PD. Purtroppo non ho potuto scambiare parole con Matteo. Gli ho solo detto di dare un’occhiata al libro mentre viaggia in camper da una località all’altra.

Per tutta la durata del comizio mi sono chiesto come avvicinare Renzi e dargli il libro. La mia impressione era che non avesse intenzione di intrattenere contatti con la gente venuta ad ascoltarlo. Infatti è successo proprio questo: più di un’ora di comizio, poi si è dileguato subito. Nessuna domanda dal pubblico, nessun confronto, nessuna discussione. Il bello è che per tutto il comizio ha spiegato come lui, a differenza degli altri, sia vicino alla gente, a contatto con la gente, ascolti la gente, eccetera, non solo a parole – diceva – ma nei fatti.

Alla fine ho risolto il problema seguendo la fila dei giornalisti che salivano al piano superiore della Gran Guardia, dove era in programma una conferenza stampa. Prima che iniziasse la conferenza, approfittando della confusione, ho dato il libro a Matteo che era già seduto al suo posto. Matteo l’ha guardato e mi ha detto che lo leggerà in camper.

E’ stato più difficile dare il libro a Matteo Renzi che a Silvio Berlusconi. Ogni volta che ho voluto, ho potuto intercettare Berlusconi con relativa facilità, dopo i suoi comizi, mentre passeggiava per la strada e incontrava la gente. Ho sempre potuto parlare anche un po’ con lui. A tutt’oggi, a mia conoscenza, Berlusconi è l’unico politico che non guarda gli elettori dall’alto in basso. Nei suoi comizi si esprime sempre con un linguaggio terra terra, che tutti capiscono. Certo, non è bastato questo a fare di lui uno statista, ma in fatto di comunicazione Renzi ha ugualmente qualcosa da imparare da Berlusconi.

Qualche suggerimento per Renzi, e qualche critica, sono d’obbligo. Per prima cosa, se può, faccia in modo che gli elettori non si sentano trattati da spettatori. E’ venuto, ha fatto il suo show, raccolto i suoi applausi, e poi via…, più veloce della luce. Secondo, eviti di essere prolisso. Quello che ha detto in 70 minuti lo poteva dire in 10-15. Il resto del tempo lo avrebbe potuto passare in mezzo alla gente, ascoltare quello che ha da dire e prendere nota. Spendere tante parole per dire che occorre essere concreti e non perdersi in chiacchiere è un controsenso. Terzo: sia più chiaro quando parla. Troppe volte lascia l’argomento in sospeso, o usa termini che conoscono solo gli addetti ai lavori, senza spiegarli. Quarto: citare il recente discorso di Michelle Obama alla convention americana per farci sapere (ci teneva!) che lui ha “avuto la fortuna” (parole sue) di assistervi personalmente qualche giorno prima… cos’è? La nuova frontiera del provincialismo? Il provincialismo alla fiorentina? Ma Renzi ha idea di quante persone si interessano ai discorsi di Michelle Obama, oltre a lui?

Infine, Renzi si dovrebbe liberare dal complesso che affligge da sempre tutti i politici italici (tranne Berlusconi, per la verità), quello che chiamo il complesso del prete. Per qualche misterioso motivo, non tanto misterioso considerato il numero di preti che circolano nel nostro paese, ogni volta che un politico parla si sente in dovere di fare un’omelia, o una lezione per ammaestrare le pecorelle venute a sentirlo. Sono rimasto fino alla fine solo perché speravo di consegnargli il libro, altrimenti un discorso noioso come il suo non me lo sarei mai inflitto.

Detto questo, faccio i miei migliori auguri a Renzi affinché possa vincere le sue primarie. A causa delle riserve appena espresse, Renzi non rappresenta il mio ideale di politico (ma se fa suo il progetto dei partiti governati dagli elettori cambio idea), però è migliore (ma ci vuol poco) dei politici visti finora nella storia della nostra Repubblica.

Il mio prossimo obiettivo è consegnare una copia del libro a Beppe Grillo, che cercherò di intercettare nei prossimi giorni. Come spiegato qui, il Movimento 5 stelle ha un grosso problema di funzionamento interno, e ancora non è chiaro come saranno decise le candidature. Il sistema dei partiti governati dagli elettori è la risposta a quei problemi. Il primo che lo capisce ne trarrà il massimo vantaggio, che si chiami Grillo, Renzi, o Berlusconi.

La convention democratica non ha brillato per il messaggio trasmesso, abbastanza scontato e povero di proposte per il futuro, ma sembra aver ugualmente regalato ad Obama un balzo in avanti nei sondaggi. Anche la raccolta di donazioni del mese di agosto ha visto Obama prevalere di poco su Romney (114 milioni di dollari contro 111,6 milioni), dopo che Romney aveva prevalso su Obama di circa 20 milioni in ciascuno dei tre mesi precedenti. Probabilmente, l’approssimarsi delle elezioni ha risvegliato molti elettori democratici.

Rimangono comunque alcuni dubbi sui sondaggi, perché molti registrano un numero di elettori democratici addirittura superiore a quello del 2008. Probabilmente i campioni scelti dai sondaggisti, consapevolmente o no, sono sistematicamente spostati verso Obama. Come si sa, ogni tanto ci sono elezioni dall’esito imprevisto, nelle quali le aspettative di tutti i sondaggisti vengono smentite. Le elezioni americane di quest’anno si candidano ad essere di questo tipo.

Durante la convention democratica ci sono stati anche momenti di imbarazzo. Alcuni giornalisti avevano notato che dal platform, il “programma elettorale degli elettori“, nella sua versione pronta per l’approvazione della convention, erano spariti i riferimenti a Dio e a Israele. Gli esponenti democratici non sapevano spiegare come fosse successo. Per porre rimedio alcuni delegati hanno proposto all’assemblea una mozione per inserire i riferimenti mancanti. Il presidente dell’assemblea ha messo ai voti la mozione per acclamazione. Tuttavia, non tutto è filato liscio, e le telecamere hanno immortalato la scena successiva impietosamente. Ecco quello che è successo.

Erano necessari i due terzi per approvare la mozione. Tuttavia, comparando “ad orecchio” le grida dei delegati a favore con quelle, immediatamente successive, dei delegati contro, non era possibile stabilire con ragionevole certezza che una maggioranza qualunque fosse a favore della mozione. Il presidente, indeciso sul da farsi, ha fatto ripetere la votazione per ben tre volte, senza che cambiasse il risultato. Alla fine si è limitato a leggere quanto scritto sul teleprompt che stava davanti a lui: “ad opinione del presidente, la maggioranza dei due terzi è favorevole, e la mozione viene approvata”, sommerso dai “buuuu” dei delegati contrari. Ecco un video di questi momenti

Di solito il platform, come le altre importanti decisioni della convention, tra cui le nuove regole del partito, è pronto con un certo anticipo prima dell’inizio della convention. I delegati si mettono al lavoro e si consultano subito dopo essere eletti nelle primarie. Quando inizia la convention il grosso del lavoro è già fatto, e normalmente l’approvazione dei documenti proposti non riserva sorprese. I lavori dei delegati e della convention  durano fino alle sette di sera, in ciascuno dei quattro giorni della convention. Non interessano il grande pubblico, tanto che non sono nemmeno trasmessi dalle tv, sostituiti da filmati di repertorio. Dalle 7.30 circa comincia la carrellata di interventi propagandistici fatti più che altro per il pubblico televisivo.

Noi confondiamo le convention americane con i momenti serali di grande propaganda, i palloncini che scendono dall’alto per festeggiare il candidato nominato, e così via. L’incidente occorso ai democratici ci permette di ricordare che in realtà la convention ha compiti di importanza cruciale per il funzionamento del partito. Essa infatti è il governo popolare del partito, come spiegato qui, e soppianta gli apparati.

Finora Mitt Romney si è mosso in modo molto intelligente ed ha azzeccato parecchie decisioni importanti, superando le aspettative dei suoi stessi sostenitori. La prima mossa azzeccata è stata quella di ignorare le provocazioni dei democratici. Obama ha speso milioni di dollari in messaggi pubblicitari contenenti tesi troppo deboli e puramente speculative, prive della forza necessaria per mettere veramente in difficoltà l’avversario. In questo modo ha confermato l’impressione che molti americani hanno di lui: una persona che non sa spendere bene i propri soldi non sa spendere bene i soldi della collettività. In genere, l’efficacia di messaggi negativi e provocatori non sta tanto nel contenuto dei messaggi stessi, ma nella reazione che suscitano presso gli avversari. Se l’avversario risponde in modo efficace, o non risponde affatto, come ha fatto Romney tenendo la bussola fissa sui problemi dell’economia, quei messaggi si rivelano di minima utilità.

La scelta del candidato vicepresidente è stata pure azzeccata. E’ la prima decisione cruciale di un candidato presidente, dalla quale si può capire se è veramente pronto a guidare il paese. Scegliendo Paul Ryan al proprio fianco, Romney ha voluto lanciare una sfida aperta ad Obama e ai democratici sul loro stesso terreno, affermare che il proprio piano per il rientro del debito, e i sacrifici che prevede, non sono causa di imbarazzo, ma cavalli di battaglia su cui confrontarsi apertamente cogli avversari, per conquistare il consenso della gente sull’urgenza di risolvere i problemi dell’economia, non sulle promesse di dare qualche vantaggio agli uni tassando gli altri. La convention repubblicana ha completato l’opera di costruzione di un’immagine positiva e diffusione di un messaggio rivolto a tutti gli americani. Romney ha scelto la via dell’unità di tutti gli americani contro la crisi, il nemico numero uno del momento attuale, e contrapposto questa prospettiva alla campagna divisiva di Obama, fondata sul principio del “divide et impera”. Il messaggio repubblicano è passato, ed è sicuramente un messaggio efficace.

Sarà difficile per i tanti fan di Obama tornare alle urne e votare convintamente un presidente che da mesi non apre bocca sui problemi del paese, non si avventura nemmeno a proporre un piano per uscire dalla crisi, per creare posti di lavoro, imbarazzato com’è dal fallimento della sua politica. Per settimane la principale preoccupazione dei democratici è stata disquisire su cosa possa essere e cosa possa non essere scritto nelle dichiarazioni dei redditi del suo avversario, mai rilasciate, relative ai dieci anni passati. Sicuramente non è il principale problema di lavoratori, disoccupati e piccoli imprenditori, di chi viene licenziato come di chi è costretto a licenziare e a chiudere la propria attività.

Ora la palla passa nel campo democratico. La prossima settimana i democratici americani terranno la loro convention. Sarà l’ultima occasione per mostrare di avere un piano per il futuro del paese, di poter offrire delle prospettive a breve e lungo termine. Se invece insisteranno con i tentativi fatti finora, per la verità molto maldestri, di demonizzare gli avversari, sanciranno definitivamente la scollatura tra loro e la gente. In quel caso, paradossalmente, il partito democratico diventerà di fatto un partito di benestanti e ammaliapopolo, perché soltanto chi ha abbastanza soldi in cassa, in una situazione come questa, non si accorge dei problemi di chi fatica a riempire il serbatoio di benzina.

Allo stato attuale i sondaggi danno i due candidati praticamente alla pari. Prima della convention repubblicana avrei detto che una situazione di parità nei sondaggi era da intendersi come un leggero vantaggio per Obama, ora penso che sia da leggere come un leggero vantaggio per Romney. Infatti, l’ottimismo che si respira in casa repubblicana è palpabile, mentre il presidente uscente trasmette sempre più, anche con l’espressione del suo sguardo, la situazione di difficoltà in cui si trova.

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