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Le elezioni primarie per la selezione dei candidati alla carica X del partito U e del partito C saranno sempre primarie “sequenziali”. Spieghiamo cosa significa.

Immaginate una cassiera dell’Esselunga che ritiene di avere le capacità di governare il paese e, forte di quelle ma col suo semplice stipendio di cassiera dell’Esselunga si candida a primarie nazionali (tipo quelle organizzate dal PD) per la scelta del candidato premier di un partito. Le primarie nazionali, a differenza delle primarie sequenziali, sono quelle in cui si vota contemporaneamente in tutto il territorio nazionale.

Domanda: quante effettive possibilità di vincere avrà quella cassiera dell’Esselunga? Risposta: zero. Un sistema che non permette alla cassiera dell’Esselunga di candidarsi con effettive possibilità di vincere non fa emergere veramente la volontà degli elettori. Le primarie nazionali chiedono ai candidati di saltare acrobaticamente con un solo balzo da valle fino alla cima della montagna. Di fatto, dà effettive possiblità di vittoria soltanto a quei due tre personaggi che stanno già in cima, cioè sono già famosi e sulla cresta dell’onda in quel particolare momento, o sono straricchi,  o hanno gli appoggi e le amicizie giusti, e il sostegno finanziario pronto.

Immaginate ora che invece di chiedere il miracolo, cioè il salto acrobatico da valle alla cima del monte in un sol colpo, si venga incontro ai candidati predisponendo un percorso diluito e graduale, una scala che collega la valle alla cima girando intorno alla montagna e riducendo al massimo la pendenza di ogni gradino. Chi è già in cima conserverà ancora un vantaggio, certo, ma mica poi tanto… Tutti avranno tempo e modo di raggiungerlo.

Per essere concreti, consideriamo le primarie per la scelta del candidato premier. Invece che votare in tutta Italia nello stesso momento, si stabilisce di cominciare dal Molise, l’Iowa italiano. La cassiera sconosciuta potrà candidarsi per tempo alle primarie del Molise, farsi qualche viaggio per la regione, tenere qualche comizio.

Viene il momento delle primarie del Molise. Della cassiera sconosciuta non avrà ancora parlato nessuno, tranne gli elettori che saranno andati ai suoi comizi. La cassiera non vincerà di certo le primarie del Molise, ma magari si piazza “bene”, diciamo decima, appena sopra il rumore di fondo costituito dai candidati della domenica, che si ritireranno subito dopo. Primo, secondo, terzo e quarto saranno i soliti noti, dati per favoriti.

Una settimana dopo si voterà, supponiamo, in Abruzzo. Nella settimana intermesia, la cassiera riceverà un po’ più di attenzione, magari meriterà qualche intervista sui giornali. Se ha le capacità guadagnerà consenso. Non vincerà neanche le primarie dell’Abruzzo, figurarsi, ma magari avanzerà un bel po’. Immaginiamo che si classifichi quinta, subito dietro i favoriti. Un bel colpo…

Nella settimana successiva l’attenzione verso di lei aumenterà, i giornali avranno una storia da raccontare, faranno a gara per intervistare quella cassiera, forse ancora più per curiosità che per altro, e le donazioni fluiranno molto più cospicue. Da quel momento tutti si accorgeranno di lei e avrà risolto il primo problema, la mancanza di fama, riducendo di colpo le distanze dagli avversari già noti. Se la nostra outsider si dimostrerà capace, trasformerà le occasioni che avrà in ulteriore consenso, e nelle Marche si piazzerà, magari, seconda.

A quel punto, tra i favoriti, si diffonde il panico: chi è questa? da dove viene? dove vuole arrivare? L’outsider sarà subissata di richieste di interviste, le domande saranno ora tutte molto incisive, gli avversari la attaccheranno su tutti i fronti. Di nuovo: se saprà rispondere, trasformerà tutte quelle opportunità in ulteriore consenso.

Non solo, ma la gente comincerà a contribuire alla sua causa con donazioni spontanee. La cassiera scoprirà, con sua sorpresa, che gli elettori sono estremamente generosi quando vedono in faccia a chi danno i loro soldi, e sanno come verranno spesi, invece di darli ad un gruppo di persone indistinto e perderne traccia il minuto successivo. La cassiera avrà così risolto il suo secondo problema: la raccolta dei finanziamenti. Rientrerà subito in pari colle spese sostenute fino ad allora, e le rimarrà molto da spendere per farsi propaganda.

La settimana successiva la cassiera avrà la concreta opportunità di piazzare il colpo del ko: vincere le primarie della Puglia. Se ciò succederà, non la fermerà più nessuno.

Vi ho descritto quattro tappe, che in qualche caso potrebbero essere tre, o cinque, o sei, ma per capirci diciamo quattro, il Molise, l’Abruzzo, le Marche e la Puglia: quattro tappe bastano per colmare il gap, lo svantaggio che separa lo sconosciuto
dal più famoso, chi non ha risorse finanziarie dal più facoltoso. Negare quelle tappe equivale a tagliare fuori tutti tranne uno o due privilegiati. Scegliendo le regole delle primarie oculatamente, si può anche decidere in anticipo chi le vince.

Riepiloghiamo. Le primarie sequenziali per la scelta del candidato premier si svolgono chiamando gli elettori di ogni regione a votare in una data diversa, a una settimana di distanza gli uni dagli altri, cominciando dagli elettori delle regioni più piccole. La sequenza di primarie regionali è determinata dalle regole del partito, stabilite dalla convention precedente. Tipicamente, ogni regione può decidere di far votare i suoi elettori col sistema elettorale che preferisce e le regole stabilite dalla convention nazionale del partito fissano soltanto alcuni limiti da rispettare (come per esempio, la posizione della regione nella sequenza e un’ampia finestra temporale entro cui le primarie si devono svolgere comunque). Inoltre, gli elettori delle primarie scelgono il candidato premier votando per i delegati regionali alla convention nazionale abbinati a quel candidato premier.

Nell’esempio appena fatto le primarie per la scelta del candidato premier sono sequenzializzate su base regionale. Si potrebbe decidere di sequenzializzarle in modo diverso, per gruppi di province e comuni o frazioni di regione, o ancora gruppi di regioni. Tuttavia, qualunque sia il frazionamento del territorio interessato che sta alla base della sequenza, il criterio deve essere sempre guidato dal principio enunciato sopra: se permette alla cassiera dell’Esselunga di candidarsi con effettive possibilità di vittoria, posto che abbia le qualità, le idee e i programmi graditi agli elettori, allora il criterio è un buon criterio. In tutti gli altri casi è da considerarsi una finzione. 

Un partito che non consulta gli elettori o li consulta con un criterio inadeguato sceglie di fatto una via involutiva che lo porta a chiudersi. Pertanto perderà elettori e sarà via via scalzato da un nuovo partito aperto, nato sponeateamente nel frattempo, che ne prenderà il posto. Infatti, il sistema dei due partiti aperti U e C è un sistema irreversibile.

Per la scelta del candidato a qualunque altra carica si procederà in modo simile, frazionando il territorio interessato in base al “criterio della cassiera” e sequenzializzando le primarie in base a quel frazionamento. Per esempio, per la scelta del candidato sindaco di un comune si può usare il frazionamento in circoscrizioni, o gruppi o frazioni di esse, per la scelta del candidato senatore, o deputato, si procederà frazionando il collegio corrispondente, e così via per tutte le cariche, comprese quelle non monocratiche (consiglieri comunali, provinciali, eccetera), così come per decidere l’ordine con cui i candidati vengono messi in lista nei collegi multinominali.

(2 – continua)

Vi espongo la teoria dei partiti aperti U e C, che partendo dal nulla e a costo zero arrivano, in due-tre tornate elettorali, a conquistare il 100% dell’elettorato. 

Spieghiamo innanzitutto perché li chiamiamo partito U e partito C. Per attrarre il maggior consenso e la maggior parte di elettorato i due partiti devono essere completamente aperti, e quindi completamente neutri. Pertanto le loro denominazioni devono pure essere neutre, non devono far venire in mente niente di "schierato".  Usare una singola lettera dell’alfabeto sembra la via migliore per arrivare a questo scopo. Però alcune combinazioni di lettere non le possiamo usare, come E-O, che potrebbe far pensare ad est-ovest, coi connotati storici e politici che questa scelta si potrebbe portare appresso. Non possiamo prendere A-B, perché la prima lettera è prima e la seconda, per l’appunto, è seconda. Similmente, non possiamo prendere A-Z, A-a, A-AA, ecc. La lettera O non può essere usata, perché è chiusa. Invece, le lettere U e C sono lettere "aperte", e la C è usata nella teoria degli insiemi per indicare inclusione. U e C non fanno pensare assolutamente a nulla, almeno a me. In secondo luogo, sono "simmetriche", perché l’una è la rotazione di 90 gradi dell’altra. Questo serve a ricordare che i due partiti sono assolutamente uguali. Infine, anche le loro posizioni nell’alfabeto (italiano) sono simmetriche. 

Gli elettori dei partiti U e C saranno chiamati uini e cini, rispettivamente. I due partiti non hanno iscritti o apparati, non hanno rappresentanti o portavoce, non hanno struttura, non hanno organizzazione, non hanno uno stato, non hanno una carta dei valori, non hanno idee o ideologie a priori. Sono delle pure e semplici macchine per permettere agli elettori di candidarsi e selezionare candidati, scrivere programmi elettorali, regole e valori con validità temporanea, e presentarsi alle elezioni. Sono unicamente strumenti per fare emergere la volontà popolare. Il funzionamento di queste macchine elettorali costa pochissimo, come vedremo, quindi non richiede una struttura organizzativa.

I partiti U e C funzionano col sistema delle primarie sequenziali e della convention. All’elezione di ciascuna carica pubblica X (premier, governatore di regione, sindaco, deputato, senatore, consigliere regionale, consigliere comunale, ecc.) sono associate una sequenza di elezioni primarie e una convention, con le quali viene scelto il candidato alla carica X, scritto il programma elettorale e la carta delle regole del partito, formato il comitato che si occuperà di organizzare le primarie e la convention la volta successiva. Ogni decisione e ogni documento approvato valgono fino alla convention successiva. Ad ogni tornata elettorale viene azzerato tutto e si riparte da zero.

Con dovuto anticipo prima di una tornata elettorale, con la quale si eleggerà il rappresentante alla carica X, il comitato organizzativo del partito (investito di questo ruolo col sistema primarie-convention della tornata elettorale precedente) dichiara aperte le candidature alla "nomina". La nomina è l’investitura con la quale il partito U o il partito C nomina una persona suo candidato alla carica X.  Il comitato organizzativo dichiara aperte anche le candidature a posti di delegato alla convention.

Chiunque si può candidare alla nomina, così come ai posti di delegato. I delegati sono cittadini scelti da cittadini che si recano (a proprie spese) alla convention dove hanno diritto di voto. I lavori della convention durano uno o alcuni giorni, dopodiché vengono aggiornati alla tornata elettorale successiva. 

Quando una persona si candida a un posto di delegato comunica al comitato organizzatore il candidato alla nomina che intende appoggiare, e per il quale voterà alla convention. Da quel momento il candidato delegato sarà sempre abbinato al candidato alla nomina che intende sostenere. Per esempio, sulla scheda elettorale delle primarie il suo nome sarà scritto a fianco del candidato alla nomina, assieme ai nomi degli altri candidati delegati che intendono appoggiare per quello stesso candidato alla nomina. Così gli elettori avranno modo di scegliere i propri delegati e il candidato alla nomina preferito allo stesso tempo.

(1 – continua)

Immaginate un partito che sia letteralmente una piazza aperta, dove chiunque può andare e venire, non ci sono muri, delimitazioni, regole né restrizioni, tutte le decisioni sono prese consultando chiunque si identifichi come elettore.

Immaginate che in questo partito non esista apparato, che il partito non costi nulla. Una semplice macchina per fare emergere la volontà popolare, per fare emergere i candidati voluti dal popolo.

Immaginate che le candidature siano decise con primarie sequenziali all’americana. Invece che votare su tutto il territorio nello stesso giorno, il compito viene spezzettato e quindi si riduce e diluisce lo sforzo. Per il candidato premier si voterebbe così: una regione oggi, un’altra fra una settimana, e avanti per tre mesi. Si crea una competizione di cui si parla per tutta la sua durata, con una risonanza mediatica che porta pubblicità e accresce il consenso. Per il candidato sindaco si voterebbe in una circoscrizione dopo l’altra, sempre a distanza di una settimana. E così per qualunque candidatura.

Immaginate ancora che chiunque si dichiari elettore del partito possa votare alle primarie, chiunque dichiari di aver già votato il partito in passato si possa candidare, senza restrizioni di sorta. Grazie allo spezzettamento, chiunque avrebbe delle concrete possibilità di vittoria, anche partendo con pochi soldi e andando avanti raccogliendo donazioni spontanee, se è gradito agli elettori. Invece, nelle competizioni in cui gli elettori delle primarie vanno a votare in tutto il territorio nello stesso giorno, come nelle primarie del PD, solo quattro-cinque persone già note dalla tv, o straricche, hanno qualche possibilità vera. La sequenzializzazione delle primarie, come in America, aumenta a dismisura il numero di persone che possono emergere, come i Mike Huckabee,  i Rick Santorum, i Carter e lo stesso Obama stanno a dimostrarci.

Immaginate che colle primarie si eleggano anche i delegati che poi vanno alla convention, stendono il programma elettorale e le regole del partito valide fino alla convention successiva. Poi i delegati tornano tutti a casa, i candidati vanno a competere contro gli avversari, gli elettori vanno a votare. Tra una convention e l’altra non resta in piedi nulla. Nessun apparato, nessun segretario, nessun parassita di partito. Solo un meccanismo per scegliere candidati, per fare emergere la volontà popolare.

Immaginate un partito come questo, in competizione alle elezioni contro i partiti tradizionali. Quanto tempo resisterebbero, secondo voi, i partiti esistenti contro una forza simile? I partiti chiusi si sfalderebbero subito contro un partito aperto. Appena scontentano qualcuno (i loro funzionari passano la maggior parte del tempo a litigare, pestarsi i piedi e pugnalarsi alle spalle…) quello li molla ed entra nel partito aperto, dove nessuno gli dice o impedisce niente. Tempo due-tre tornate elettorali e quei partiti chiusi vengono svuotati e spariscono. Il partito aperto funzionerebbe come una calamita, come una spugna, e assorbirebbe velocemente tutte le forze e le energie altrui. Chi offre di più raccoglie anche di più. Chi agli elettori offre tutto, chi lascia che siano gli elettori a decidere tutto, in tutte le fasi e a tutti i livelli, raccoglie il massimo del consenso. Non esiste metodo per raccogliere un consenso più ampio.

I partiti chiusi verrebbero distrutti e resterebbero in piedi solo due partiti aperti funzonanti col meccanismo delle primarie sequenziali e della convention.

Per un attimo ci ho sperato: che Alfano avesse recepito il messaggio. Che avesse capito che per rivoluzionare la politica bisogna cambiare il sistema di fare politica, i partiti, venendo incontro alla gente invece che andando contro la gente.

Quando gli ho fatto la mia proposta, lo scorso dicembre, ha reagito molto interessato, devo dire. Gli ho spiegato che per rivoluzionare la politica bisogna cominciare dai partiti, aprendoli come i partiti americani, eliminando gli apparati e adottando il sistema americano delle primarie sequenziali, quel sistema che diluisce il compito e le difficoltà, e quindi permette a (quasi) tutti i cittadini di potersi presentare con possibilità di vittoria.

Praticamente, si fanno votare gli elettori di ogni regione a una settimana di distanza gli uni dagli altri, per dare chances anche a chi non parte già famoso o straricco: un “Carter chi?” che ti diventa presidente, un Mike Huckabee che in due settimane passa dal nulla al trionfo in Iowa, un Rick Santorum che, seguendo le orme di Huckabee, quasi strappa la nomination allo straricco di turno Mitt Romney, un Obama che strapazza la superfavorita dell’establishment, e via di questo passo.

Far votare tutta l’Italia nello stesso giorno, alle primarie, equivale a dare concrete possibilità di vittoria solo a chi è straricco o già noto, magari grazie alla tv. E’ così che può emergere un leader? Cominciando, invece, dal Molise, o dalla Val d’Aosta, come in Usa si comincia dall’Iowa e dal New Hampshire, la cosa diventa fattibile anche a gente che non ha dietro il solito giro…

Devo ammetterlo: sono un ingenuo. Per un attimo ho sperato che Alfano avesse capito che il motivo per cui è emerso Obama è questo, cioè che il sistema americano dà effettivamente la possibilità a un leader di emergere. Invece oggi leggo sui giornali che la “grande novità di Alfano” sarebbe usare internet, perché gli “esperti” che ha consultato gli hanno detto che Obama è emerso perché ha usato internet (pensa te!), e dunque via con internet!

E poi, certo, anche cambiare nome al partito (pensa che rivoluzione! Infatti Obama ha vinto cambiando nome al suo partito, come tutti sanno), accoppiarlo con liste civiche (mai visto prima niente di simile in Italia! Però, visto che Obama ha vinto grazie alle famose liste civiche americane…) e mettercene una capeggiata da Montezemolo (a questo punto siamo tutti convinti: Alfano è un genio).

Che dire: indichi la luna, guardano il dito…

Oggi Angelino Alfano ha dichiarato (fonte Repubblica.it):

“Subito dopo il ballottaggio delle amministrative, io e Berlusconi annunceremo la più grossa novità della politica italiana che cambierà il corso della politica italiana nei prossimi anni e sarà accompagnata dalla più innovativa campagna elettorale che la politica italiana abbia avuto dalla discesa in campo di Berlusconi del 1994”.

Tutti pensano all’entrata di Montezemolo nel PdL, o qualcosa di simile, ma io penso che la novità non sarebbe così sconvolgente, e ci sia necessariamente dell’altro. In particolare, riflettendo sulla “più innovativa capagna elettorale dal ’94” di cui parla Alfano, e ricordando chiaramente che Alfano si mostrò molto interessato alla mia proposta, quando gli parlai di primarie sequenziali all’americana, in una cena elettorale a Firenze il dicembre scorso, sono convinto che la novità sia proprio questa, cioè che il PdL annuncerà che

il candidato premier del PdL sarà scelto con primarie sequenziali all’americana, cioè diluite in due-tre mesi, dove gli elettori di ogni regione saranno chiamati a votare in settimane distinte, creando un evento che non ha precedenti fuori dagli Usa.

Una competizione del genere massimizza la risonanza sui media, quindi la pubblicità gratuita, massimizza anche la raccolta di fondi, perché costringe i candidati a percorrere tutto il territorio nazionale in lungo e in largo, e massimizza il ritorno di consenso, perché molti degli elettori attratti da un partito colle primarie americane, inclusi quelli abituati a votare per i partiti avversi, poi tornano a votare per quel partito alle elezioni generali.

Se vogliamo usare una metafora calcistica, le primarie sequenziali americane stanno alle primarie nazionali (tipo quelle del PD italiano) come una Champions League sta a una supercoppa. La prima è una competizione prolungata che suscita grande interesse in tutte le sue fasi, la seconda è una finale senza campionato, che interessa al massimo i tifosi di due squadre, e di cui si parla un giorno solo.

Un candidato che non sia già famoso o straricco non ha alcuna possibilità di presentarsi a primarie nazionali con possibilità di vittoria. Ma se le primarie vengono diluite come detto, tutti i candidati sono più o meno uguali sulla linea di partenza. Come negli Usa, può emergere ora un Mike Huckabee, domani un Rick Santorum, praticamente dal nulla, e avere concrete possibilità di ottenere la nomina, oppure un candidato di colore può sbaragliare la superfavorita dell’establishment, o un “Carter chi?” può diventare presidente.

Certo, probabilmente con la novità annunciata da Alfano c’entra anche Luca Cordero di Montezemolo, nel senso che non si può pensare di arruolare Montezemolo come deputato del PdL, ma non si può neanche pensare di offrirgli la candidatura a premier così su due piedi. Offrirgli invece una competizione aperta come quella americana, dove possono misurarsi tutti con vere possibilità di vittoria e… che vinca il migliore…, sembra una proposta alquanto allettante e ragionevole.

Staremo a vedere. Forze il momento della rivoluzione politica è arrivato? Sembra difficile che una rivoluzione del genere possa emergere dall’interno dei partiti, invece che essere loro imposta in qualche modo dall’esterno, ma siccome così capitò in USA quarant’anni fa,  potrebbe capitare anche in Italia. Vi aggiornerò a breve.

***

Per consultare la proposta che ho consegnato ad Alfano il 18 dicembre 2011, clicca qui

Normalmente le elezioni sono tenute ovunque nello stesso giorno. Questo sistema sembra logico e ragionevole, perché tutti i cittadini vengono trattati allo stesso modo. Tuttavia, questo sistema non dà alcuna chance di vittoria a persone che non sono già famose o incredibilmente ricche.

Negli Stati Uniti è in uso un sistema differente, limitatamente alle primarie presidenziali: ogni stato decide autonomamente la data delle sue primarie all’interno di una certa finestra temporale, fissata dalle regole nazionali del partito. Il risultato è una sequenza di primarie e caucus che copre sei mesi, a cominciare dall’Iowa, il New Hampshire, per continuare colla Carolina del nord e la Florida, in gennaio. Poi si va in Nevada, Minnesota, Colorado, Maine e Michigan, nella prima metà di febbraio. Si finisce collo Utah nel giugno avanzato. Ogni stato fa svolgere le sue primarie nel giorno che preferisce, normalmente separato di almeno una settimana dalle primarie degli altri stati. Alcuni gruppetti di stati tengono le primarie nello stesso giorno (mini-martedì, super-martedì, ecc.).

Questa diluizione ha parecchie conseguenze importanti. Per prima cosa, non tutti gli elettori sono trattati allo stesso modo. I residenti dell’Iowa, del New Hampshire e della Carolina del nord hanno l’opportunità di votare per primi, quindi i loro voti contano di più. 

Questo non è visto come un problema, a dire il vero. Se fosse percepito come tale sarebbe risolvibile con un meccanismo di rotazione. Il compito degli elettori di quei tre stati è principalmente quello di ridurre la lunga lista di candidati ad una lista più corta, contenente i tre-quattro nomi di quei candidati che hanno concrete possibilità di incontrare il gradimento degli elettori. Il risultato di questa operazione non cambierebbe molto se al posto di quei tre stati ne fossero sceglti altri.

La conseguenza più importante, invece, della diluizione è che essa dà concrete possibilità di vittoria a candidati che altrimenti non avrebbero alcuna chance. Spezzettare il compito lo rende molto più facile da affrontare. Prolungando il processo si riesce ad aprirlo alla partecipazione di candidati che non sono già famosi, e anche a coloro che non sono già ricchi. I candidati sono costretti a battere il territorio, visitare una quantità enorme di località, incontrare tantissime persone, farsi conoscere dagli elettori, stringere mani, raccogliere fondi sotto forma di donazioni spontanee.

Facciamo alcuni esempi. Nel 2008 Mike Huckabee emerse dall’anonimato improvvisamente ed ebbe una vera possibilità di agguantare la nomina repubblicana dopo la vittoria in Iowa. Nel 2012 un candidato che non aveva alcuna precedente esperienza in politica, Herman Cain, balzò improvvisamente in testa ai sondaggi dopo mesi di percentuali a una cifra. Per un certo divenne il favorito ed ebbe delle notevoli possibilità di giocarsi la nomina al pari degli altri. Poi l’emergere di notizie imbarazzanti circa la sua vita personale lo constrinse a ritirarsi prematuramente. Rick Santorum è forse l’esempio migliore: fino a una settimana prima dei caucus dell’Iowa tutti i sondaggi nazionali lo davano all’1-3%. Poi vinse in Iowa ed improvvisamente divenne uno degli sfidanti più accreditati contro Mitt Romney. 

Possiamo anche menzionare i candidati nominati contro la volontà dell’establisment. Nel 1980 il favorito dal partito repubblicano era George H. Bush, ma fu battuto da Ronald Reagan. In 2008 la favorita del partito democratico era Hillary Clinton, ma fu battuta da Barack Obama. 

Possiamo concludere che un sistema fatto di primarie e convention funziona bene se chiunque può candidarsi con concrete possibilità di vincere. Le primarie nazionali non soddisfano questo criterio, ma le primarie sequenziali sì, se la sequenza è ben studiata. Per questo motivo, la sequenzializzazione dovrebbe essere adottata per tutti i tipi di primarie, per qualunque tipo di candidati, che siano presidenti o governatiri, deputati o senatori, sindaci o consiglieri.

Recentemente Rick Santorum ha annunciato il suo ritiro dalla corsa alla nomina repubblicana. Alcune delle ragioni principali sono state la mancanza di fondi e le crescenti difficoltà a raccoglierne di nuovi. 

Nelle scorse settimane i mezzi di comunicazione americani hanno quasi sempre ignorato Santorum. Quando non l’hanno ignorato, lo hanno descritto come un candidato senza alcuna chance di vincere la nomina, interrogandosi unicamente sulla data in cui avrebbe deciso di ritirarsi. A causa di questa immagine negativa, per lui era diventato troppo difficile raccogliere nuovi fondi. I potenziali donatori, scoraggiati, chiudevano i portafogli.

Una stagione di primarie ancora più combattuta di quella che c’è stata avrebbe rafforzato ancora di più il vincitore. D’altra parte, nella situazione venutasi a creare, il ritiro di Santorum era inevitabile. Non aveva scelta, se non voleva fare debiti. Prendendo ispirazione da questa storia, vorrei fare alcune osservazioni sulla situazione attuale del partito repubblicano.

Perfino negli Stati Uniti, dove i partiti sono aperti e governati dagli elettori, i partiti non sono completamente liberi da condizionamenti e interferenze che provengono da varie direzioni. Per esempio, a un certo punto membri del partito (rappresentanti eletti a varie cariche pubbliche di spicco) iniziarono a fare pressione su Santorum per spingerlo a ritirarsi. A ruota, i mezzi di comunicazione amici, come Foxnews, iniziarono ad ignorarlo (come già avevano fatto con Newt Gingrich e Ron Paul), come se la stagione delle primarie fosse già terminata. C’era la sensazione che ci fosse una specie di coordinazione dietro questo tipo di comportamenti, implicita o esplicita. Tuttavia, le regole dei partiti americani non contemplano scorciatoie come queste, che possono soltanto danneggiare il vincitore.

Nel momento in cui veniva data per scontata la vittoria di Mitt Romney, e i competitori venivano giudicati senza speranza, la mancata competizione faceva sì che i mezzi di comunicazione passassero sotto silenzio le debolezze dello stesso Romney, come ad esempio le sue difficoltà a convincere gli elettori repubblicani degli stati del sud. Probabilmente i media amici pensavano di poterlo aiutare, coprendo quelle difficoltà. Forse credevano che fosse meglio mettere fine ad una competizione interna al partito che sembrava interminabile e poteva trascinarsi fino alla convention, per cominciare a concentrarsi sul vero bersaglio, Barack Obama. Tuttavia, questo non era quello che pensavano gli elettori, era solo quello che pensavano coloro che avevano il compito/dovere di tenerli adeguatamente informati. Nessuna regola del partito repubblicano attribuisce a costoro il diritto di decidere al posto degli elettori.

Infatti, nascondere le difficoltà di Mitt Romney non lo aiuterà affatto.

Il sistema fatto di primarie sequenziali e convention ha una grande virtù: permette di fare emergere la volontà popolare con dovuto anticipo. Il candidato alla nomina può scoprire le proprie debolezze per tempo, quindi prendere delle precauzioni e contromisure, risolvere i problemi, superare quelle difficoltà. Ignorare il responso degli elettori e nascondere le debolezze significa non trarre alcun vantaggio dallo strumento primarie/convention, rinunciare a sfruttarne le enormi potenzialità, e alla fine mettere l’establishment al di sopra del popolo, come ai vecchi tempi.

Alle volte il partito repubblicano americano mostra mancanza di disciplina e prende un gran numero di decisioni scoordinate e illogiche. La ragione principale è che quel partito è sostanzialmente un "partito anarchico", cioè un partito senza alcuna vera e propria regola nazionale (a differenza del partito democratico americano, che si è datto delle regole nazionali, anche se blande, a partire dal 1972). L’argomento usato tipicamente da chi vuole porre velocemente fine alla stagione delle primarie è: "ma lo facciamo solo nell’interesse del partito". Si tratta di un argomento insensato. Che ne sanno queste persone di quale sia l’interesse del partito? Non sono gli elettori a stabilire qual è l’interesse del partito? In definitiva, l’unico interesse del partito è attrarre elettori e per attratte elettori occorre convincerli a votarti. Sostituire la volontà degli elettori con la propria è l’errore peggiore e più comune commesso dai politici, e non aiuta certo ad attrarre nuovi elettori, casomai aiuta a respingere una parte di quelli già acquisiti.

Romney avrà delle grandi difficoltà a convincere gli elettori del sud a scendere in campo e sostenerlo coll’entusiasmo di cui ha disperatamente bisogno. Per ridurre il danno, probabilmente sceglierà un candidato vicepresidente proveniente dal sud, magari una donna. Tuttavia, una soluzione del genere sarà comunque percepita per quello che è: un taglia-incolla, "un po’ di questo per guadagnare un po’ di quello", una tipica operazione di facciata con cui un politico cerca di coprire le proprie mancanze. Non entusiasmerà gli elettori e non scalderà i loro cuori. Molti di loro, specialmente nel sud, si sentiranno ignorati e trascurati. Una piccola percentuale di loro non andrà a votare. Probabilmente quella piccola percentuale di votanti costerà a Mitt Romney la vittoria.

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